Petrolio, potenziale per uno short confermato da Shell

Il mercato del petrolio sta vivendo momenti di ribassi dilaganti nel 2019, anche in virtù di previsioni ancora più pessimiste per l’anno che sta arrivando. Mentre i mercati finanziari si preparano alle festività di fine anno, molti grandi player del settore iniziano a contare le ferite rimediate.

In questi giorni stiamo assistendo ad una continua presentazione di dati da parte delle compagnie petrolifere, che esprimono le loro previsioni per l’anno venturo e tirano le somme sull’andamento dell’esercizio in chiusura.

Uno dei report più attesi dell’industria è senz’altro quello della Royal Dutch Shell Company, o semplicemente Shell. Con un fatturato di 388 miliardi di dollari l’anno, ed un margine operativo di 35 miliardi di dollari, non c’è da stupirsi che le parole della compagnia abbiano un impatto importante sul mercato.

Il 20 dicembre, un comunicato stampa molto interessante da parte di Shell ha fatto scattare in piedi i trader, che in gran parte sono già pronti ad aprire e monitorare le loro posizioni short sul petrolio. Ecco cos’è successo, e che cosa hanno riportato le altre grandi compagnie del settore.

Attualmente il metodo migliore per investire sul petrolio rimane quello dell’utilizzo di piattaforme regolamentate e certificate. Ad esempio con Investous (qui trovi il sito ufficiale) è possibile sfruttare i segnali che puoi scaricare gratis da qui per investire sulle principali materie prime in maniera molto semplice.

Svalutazioni per 2 miliardi di dollari

Nella nota dell’azienda si legge che per l’esercizio in corso, la svalutazione dello stock di petrolio che verrà messo a bilancio si aggira tra 1.7 e 2.3 miliardi di dollari. Un duro colpo per l’azienda, che esprime lo stato di un intero mercato.

Le azioni di Shell hanno perso l’1% in Borsa subito dopo l’annuncio, ma non è stata soltanto la compagnia olandese a dover fare i conti con uno scenario generalmente ribassista.

Gran parte delle compagnie petrolifere hanno fatto annunci simili in questi giorni, ed alcune di loro hanno svelato dati ben più preoccupanti. In particolare, ci ha colpiti l’annuncio di Chevron: il colosso americano ha messo a bilancio svalutazioni per 11 miliardi di dollari, a fronte di un patrimonio totale di 258 miliardi.

Come leggiamo nel report di Shell, i fattori scatenanti sono soprattutto due: un aumento incontrastato dell’offerta di greggio e una crescita troppo stagnante della domanda a livello mondiale.

Come Chevron, ci aspettiamo che tutte le aziende americane coinvolte nella produzione di shale oil e shale gas abbiano una chiusura simile dell’anno in corso. Con i prezzi così bassi, infatti, il costoso processo di estrazione dello shale oil risulta poco conveniente e non lascia margini a produttori ed intermediari.

Fino a quando non muterà il contesto macroeconomico complessivo, è lecito aspettarsi che il trend in atto possa continuare. Ed a ben vedere, con l’OPEC in subbuglio e la crescita del PIL mondiale che rallenta, le attese macroeconomiche non sono delle più rosee.

Un contesto macroeconomico difficile per il petrolio

Andiamo un po’più a fondo nell’analisi del tanto citato contesto macroeconomico, che sembra mettere in crisi anche le più consolidate realtà del settore petrolifero.

E quali sono i fattori in gioco che determinano questo scenario? Beh, è presto detto.

Prima di tutto, le faide commerciali sui dazi tra Stati Uniti e Cina. Le rotte commerciali tra le due potenze sono uno dei motori trainanti della domanda di petrolio, sia per il carburante degli aerei che per le grandi navi cargo.

Fino a che le due nazioni non avranno raggiunto un accordo stabile, la domanda di petrolio americana e cinese continuerà a non esprimere il suo pieno potenziale.

Questo è vero soprattutto per la Cina, la cui crescita ha rallentato notevolmente il passo. Ed il rallentamento ha colpito soprattutto gli ordinativi di beni durevoli, in primo luogo le automobili.

La motorizzazione della Cina è uno dei fattori che hanno trainato la crescita del prezzo del petrolio negli ultimi anni, e vederla minacciata sta compromettendo le basi di un trend di lungo periodo.

Inoltre, il cartello OPEC+ dei produttori di petrolio continua a non raggiungere accordi sui tagli alla produzione necessari per far viaggiare l’offerta al passo della domanda. Anche se in generale tutti i paesi membri sono concordi sulla necessità di questi tagli, si hanno problemi a decidere in che proporzione e in che misura i singoli membri debbano applicarli.

Nel frattempo, un sentimento ambientalista mai così forte avvolge l’Europa e il Nord America: altro fattore che sta portando ad una diminuzione degli ordini di auto con motori a combustioni, nonché di trasporti aerei ed altro ancora.

 

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