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Anche per il caldo mese di luglio 2018 i contribuenti italiani saranno chiamati a rispettare tutte le scadenze fissate dal calendario fiscale: il primo appuntamento con l’Agenzia delle Entrate è il 2 luglio. Vediamo in questa guida fiscale tutte le scadenze in dettaglio.

2 luglio

Ultimo giorno utile per il versamento dell’Irpef relativa ai maggiori ricavi o compensi indicati nella dichiarazione dei redditi, senza alcuna maggiorazione e regolarizzazione dei versamenti di imposte e ritenute non effettuati o effettuati in misura insufficiente entro il 16 giugno 2017, con maggiorazione degli interessi legali e della sanzione ridotta a un ottavo del minimo (ravvedimento). Pagamento della terza ed ultima rata, pari al residuo 20% dell’importo netto dovuto sulle controversie tributarie per le quali ci si è avvalsi della definizione agevolata di cui all’art.11 del D.L. 24 aprile 2017, n. 50. Presentazione, in formato cartaceo, della dichiarazione dei redditi del contribuente deceduto e della scelta per la destinazione dell’otto per mille, del cinque per mille e del due per mille dell’Irpef. Versamento, in unica soluzione o come prima rata, dell’Irpef risultante dalle dichiarazioni annuali, a titolo di saldo per l’anno 2017 e di primo acconto per l’anno 2018, senza alcuna maggiorazione. Inoltre, si deve procedere con la presentazione, in formato cartaceo, della dichiarazione dei redditi modello “REDDITI Persone Fisiche 2018” e della scelta per la destinazione dell’otto per mille, del cinque per mille e del due per mille dell’Irpef.

9 luglio

Presentazione al datore di lavoro o ente pensionistico del modello 730/2018 e della busta contenente il modello 730-1 per la scelta della destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’Irpef e trasmissione in via telematica all’Agenzia delle Entrate delle dichiarazioni elaborate (modelli 730/2018); dei relativi prospetti di liquidazione (mod. 730-3); del risultato contabile delle dichiarazioni (mod. 730-4). Per quanto concerne le dichiarazioni dei redditi (modello 730/2018) presentate dai contribuenti dal 23 al 30 giugno 2018, i CAF e i professionisti abilitati devono trasmettere, in via telematica, all’Agenzia delle Entrate: le dichiarazioni elaborate (modelli 730/2018); i relativi prospetti di liquidazione (mod. 730-3); il risultato contabile delle dichiarazioni (mod. 730-4).

16 luglio

Versamento 2° rata dell’Irpef risultante dalle dichiarazioni annuali, a titolo di saldo per l’anno 2017 e di primo acconto per l’anno 2018, con applicazione degli interessi nella misura dello 0,16% e versamento 2° rata dell’acconto d’imposta in misura pari al 20% dei redditi sottoposti a tassazione separata da indicare in dichiarazione e non soggetti a ritenuta alla fonte, con applicazione degli interessi nella misura dello 0,16%. Lo stesso giorno si deve emettere e registrare le fatture differite relative a beni consegnati o spediti nel mese di giugno, risultanti da documento di trasporto o da altro documento idoneo ad identificare i soggetti tra i quali è effettuata l’operazione. I soggetti che operano nel commercio al minuto e coloro che operano nella grande distribuzione possono adottare facoltativamente la trasmissione telematica dei corrispettivi (cfr. Circolare 23/02/2006 n. 8/E).

18 luglio

Ultimo giorno utile per la regolarizzazione dei versamenti di imposte e ritenute non effettuati o effettuati in misura insufficiente entro il 18 giugno 2018, con maggiorazione degli interessi legali e della sanzione ridotta a un decimo del minimo (ravvedimento breve).

23 luglio

Con riferimento alle dichiarazioni dei redditi (modello 730/2018) presentate dai contribuenti dal 1° al 23 luglio 2018, i CAF e i professionisti abilitati devono trasmettere, in via telematica, all’Agenzia delle Entrate: le dichiarazioni elaborate (modelli 730/2018); i relativi prospetti di liquidazione (mod. 730-3); il risultato contabile delle dichiarazioni (mod. 730-4). Inoltre, deve essere trasmessa in via telematica all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione modello 730/2018 e modello 730-1 per la scelta della destinazione dell’otto, del cinque e del due per mille dell’Irpef.

25 luglio

Presentazione degli elenchi riepilogativi (INTRASTAT) delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi rese nel mese precedente e nel secondo trimestre del 2018 nei confronti di soggetti UE.

30 luglio

Ultimo giorno utile per la regolarizzazione, mediante ravvedimento, della presentazione della dichiarazione IVA 2018 relativa all’anno d’imposta 2017. Lo stesso giorno Istituti di credito, Sim, altri intermediari finanziari, società fiduciarie devono presentare la dichiarazione relativa all’ammontare complessivo degli assegni in circolazione alla fine del trimestre solare precedente, per la liquidazione dell’imposta di bollo sugli assegni circolari.

31 luglio

Data da appuntarsi bene sul calendario fiscale per gli innumerevoli adempimenti a cui sono tenuti i contribuenti prima di andare in vacanza. Versamento 2° rata dell’Irpef risultante dalle dichiarazioni annuali, a titolo di saldo per l’anno 2017 e di primo acconto per l’anno 2018, con applicazione degli interessi nella misura dello 0,31%. Presentazione della dichiarazione sostitutiva ai sensi degli artt. 46 e 47 del D.P.R. n. 445 del 2000 ai fini dell’esenzione del pagamento del canone RAI ai sensi dell’art. 1, comma 132, della legge n. 244 del 2007 (per gli ultrasettantacinquenni). Società di capitali ed enti commerciali, SpA, Srl, Soc. Cooperative, Sapa, Enti pubblici e privati diversi dalle società, Istituti di credito, Sim, altri intermediari finanziari, società fiduciarie devono comunicare all’Anagrafe Tributaria i dati relativi ai soggetti con i quali sono stati intrattenuti rapporti di natura finanziaria. Imprenditori artigiani e commercianti, professionisti titolari di partita Iva iscritti o non iscritti in albi professionali, Società di persone, Società di capitali ed enti commerciali, Istituti di credito, Sim ed altri intermediari finanziari sono tenuti a presentare la richiesta di rimborso o utilizzo in compensazione del credito Iva trimestrale (Modello IVA TR). Infine, tutte le fisiche che risultano fiscalmente residenti in Italia, ma in precedenza sono state fiscalmente residenti all’estero e iscritte all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) o che abbiano prestato la propria attività lavorativa in via continuativa all’estero, per sanare le violazioni degli obblighi dichiarativi ai fini delle imposte sui redditi e/o dell’IVAFE relative alle attività depositate ed alle somme detenute sui conti correnti e sui libretti di risparmio all’estero devono procedere con la presentazione del modello “Richiesta di accesso alla procedura di regolarizzazione delle attività depositate e delle somme detenute all’estero“.

Segui la nostra prossima guida dedicata alla presentazione del modello “Richiesta di accesso alla procedura di regolarizzazione delle attività depositate e delle somme detenute all’estero”.

Hai il pollice verde e i fiori, i vivai e le piante sono la tua vera passione? Bene, allora se sei in cerca di un’opportunità professionale che ti renda autonomo e costituisca una rendita economica interessante, puoi valutare la possibilità di avviare un’impresa vivaistica in Italia. Se sei un giovane laureato in scienze agrarie ed erboristiche o un giovane diplomato con grande passione per il settore primario, realizza il tuo sogno di intraprendere un progetto imprenditoriale nel settore della floricoltura e scopri quanto può effettivamente rendere un vivaio. In questa guida troverai tutte le informazioni utili per avere una visione olistica e approfondita sul settore della floricultura in Italia e sull’iter burocratico necessario da seguire step dopo step per avviare un’azienda agricola vivaistica.

Cos’è la floricultura? 

La floricoltura è un sottocomparto del settore agricolo che si occupa della produzione e del commercio di fiori, piante, semi, bulbi, tuberi, rizomi ed è un’attività che può essere svolta sia come hobby che come attività professionale continuativa e svolta professionalmente (in questo caso è bene che tu sappia che devi aprire la Partita IVA). La floricoltura è l’arte della coltivazione il cui scopo è quello di produrre per il giardinaggio o per il commercio piante fiorite in vaso o cassetta, fiori recisi etc.: si tratta di un’attività imprenditoriale che è sempre stata praticata dall’uomo fin dall’antichità, probabilmente perché i fiori, con le loro tonalità cromatiche ed i loro profumi sono sempre risultati affascinanti per i nostri sensi. Oggi i Paesi nei quali la floricoltura viene praticata maggiormente sono l’Olanda (famosa per i suoi tulipani), la Bulgaria (che si distingue per la produzione di rose), la Costa Azzurra e la Riviera ligure Ponente in Italia dove vengono coltivati soprattutto rose, garofani e gladioli (si pensi alla costa sanremese e imperiese). In Italia, inoltre, la floricoltura è molto diffusa anche in Toscana (Pescia) e in Puglia.

Floricultura in Italia

La coltivazione ed il commercio di determinate piante, come ad esempio l’azalea o il geranio, vanta un’antichissima vocazione in Italia: si tratta di una vera e propria arte imprenditoriale volta a produrre e commercializzare le piante ed i fiori che venivano utilizzati già nell’epoca del Rinascimento come forma di decorazione nelle grandi ville. Soltanto nel XX secolo si è iniziato a produrre diverse coltivazioni di piante e di specie autoctone floreali in diverse aree geografiche europee e italiane. In particolare, il bacino del Mar Mediterraneo con il suo clima e le sue caratteristiche morfologiche ne costituiscono l’habitat ideale: in Italia l’introduzione di piante ornamentali e la coltivazione della petunia e della rosa, utilizzate per la creazione di aiuole e bordure, hanno consentito il pieno sviluppato nel tempo del settore del vivaismo e della floricultura. Da queste premesse sono iniziate a proliferare nel tempo aziende sempre più specializzate nella produzione di semi che vengono combinati tra di loro in modalità diverse al fine ultimo di consentire il commercio di specie vegetali e “cultivar” nuove e geneticamente migliori rispetto ai predecessori. Vengono prodotte e commercializzate diverse piante decorative che si contraddistinguono per le loro caratteristiche a foglia “larga” e per le infiorescenze: il loro aspetto estetico gradevole le rende adatte per arredare gli appartamenti e le villette.

Attualmente in Liguria (in particolare nel Ponente ligure), la Regione italiana dove la floricoltura è il settore di “punta”, sono 2900 le aziende floricole che rappresentano il 65% del PIL regionale, per un volume d’affari complessivo pari a circa 350 milioni di euro. A Sanremo l’Istituto per la Floricoltura Ligure ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo economico delle imprese florovivaistiche della Liguria attraverso attività di ricerca e di sperimentazione in riferimento alle varietà di fiori e di piante richieste dai mercati. Nell’Istituto sanremese (IRF) l’ultima creazione, frutto degli studi e delle ricerche durate 4 anni di lavoro, è la margherita Itala, la cui denominazione è un chiaro omaggio ad Italo Calvino, personalità di spicco ed originario di Sanremo. Itala è un fiore molto resistente ed ecologico e non necessità di alcun trattamento chimico.

 

Avviare un’azienda agricola vivaistica

Al giorno d’oggi sono sempre più numerosi i giovani che come te decidono di avviare un’attività in proprio e, tra questi, alcuni prendono in seria considerazione la possibilità di aprire un vivaio. Si tratta, infatti, di un settore che può fornire delle rendite economiche interessanti. Oltre ai guadagni significativi che si possono introitare, un altro interessante vantaggio è rappresentato anche dal fatto chi ha meno di 40 anni ha possibilità di utilizzare una serie di incentivi a fondo perduto. Il primo passo da compiere prima di aprire l’attività è quello di recarsi negli uffici fitosanitari della propria Regione di residenza per inoltrare la domanda in carta bollata alla quale deve essere allegata la planimetria dell’area in cui si ha intenzione di far sorgere la propria attività. Sarà anche necessario comunicare se ci sono divieti di vario genere, principalmente di carattere sanitario (in relazione alla presenza di falde acquifere inquinate). Il passo successivo è quello di aprire la famosa Partita IVA: ci si può rivolgere ad un intermediario abilitato, un Dottore Commercialista o scaricare i Moduli reperibili online sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Puoi utilizzare il Modello AA7/10, utilizzabile per i soggetti diversi dalle persone fisiche: ricorda che per presentare la dichiarazione di inizio attività, dal 1° aprile 2010 tutti coloro che sono tenuti all’iscrizione nel Registro delle imprese o nel Registro delle notizie economiche e amministrative (Rea) devono avvalersi della Comunicazione Unica, la quale deve essere trasmessa in via telematica o su supporto informatico al Registro delle imprese. Per quanto concerne il Codice ATECO da utilizzare e da comunicare è il seguente:

  • 01 COLTIVAZIONI AGRICOLE E PRODUZIONE DI PRODOTTI ANIMALI, CACCIA E SERVIZI CONNESSI
  • COLTIVAZIONE DI COLTURE AGRICOLE NON PERMANENTI
  • 19 Floricoltura e coltivazione di altre colture non permanenti
  • 19.1 Coltivazione di fiori in piena aria
  • 19.2 Coltivazione di fiori in colture protette
  • 19.9 Coltivazione di piante da foraggio e di altre colture non permanenti

Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione riguarda la regolarizzazione della propria posizione INPS per evitare di incorrere in sanzioni pecuniarie.

A questo punto si può procedere con l’avvio dell’attività tenendo conto che è importante differenziarsi dei propri competitors: è necessario analizzare in modo dettagliato (Analisi SWOT) il mercato al quale rivolgersi e i concorrenti attuali e potenziali, al fine di intraprendere un’attività che sia davvero originale e crei valore rispetto all’offerta commerciale esistente. Quando si decide di avviare un’attività vivaistica è cruciale saper scegliere le piante e i fiori da produrre e commercializzare, tenendo conto delle caratteristiche e della vocazione agricola della specifica area geografica autoctona. Inoltre, è molto importante fornire ai propri clienti non soltanto dei prodotti di qualità, ma anche un servizio di assistenza ottimale: capita molto spesso che i consumatori finali non sappiano come prendersi cura delle piante e fiori acquistati; pertanto, necessitano di essere seguiti dalla fase di acquisto a quella di post-vendita e di ordinaria manutenzione del “verde”.

Per poter avere successo è necessario puntare sugli investimenti in pubblicità e nel marketing promozionale: ciò può portare l’imprenditore a richiedere una consulenza professionale ad un esperto di web marketing o ad una agenzia di pubblicità al fine ultimo di individuare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze di business. Questa attività di promozione della propria azienda agricola vivaistica è svolta sempre di più attraverso i social network (Facebook, Twitter, etc.), dove si ha la possibilità di selezionare il target e l’audience al quale puntare e rivolgersi. I criteri per selezionare il bacino di clienti potenziali e destinatari della produzione e distribuzione di fiori e piante sono ascrivibili all’area geografica di residenza, alla professione svolta e agli interessi dei consumatori finali. Un altro strumento di pubblicità fondamentale è sicuramente il passaparola: è molto importante sviluppare e fidelizzare con il cliente al fine ultimo di stimolarlo a parlare bene dell’attività commerciale ad amici e familiari, che rappresentano altri potenziali acquirenti.

Quando si avvia un’azienda vivaistica può essere importante anche valutare la possibilità di aprire mediante la formula del franchising o dell’affiliazione commerciale: ciò può essere una valida soluzione che consente di aprire un vivaio in tempi rapidi, specie se non si ha maturato una notevole esperienza professionale nel settore. Attraverso il franchising, infatti, si ha la possibilità di essere seguiti dal franchisor, al quale si deve riconoscere le royalties.

Quanto rende un vivaio

Pensare che un vivaio non produca alcun guadagno non porta di certo ad intraprendere un’attività imprenditoriale in questo comparto. Grazie agli studi di settore sono stati delineati alcuni indici che ci permettono di valutare immediatamente quanto rende un vivaio e se produce un guadagno proporzionale all’investimento oppure no. Per generare un guadagno o un rendimento economico quanto deve fatturare un vivaio? Il tutto dipende da numerosi fattori quali la geolocalizzazione, la dimensione, il bacino d’utenza servito e la vicinanza di altri vivai: essi impattano ed incidono positivamente o negativamente sul fatturato. Per determinare quanto rende un vivaio è necessario considerare i rapporti tra superficie di vendita (mq) e fatturato (euro) che devono essere rispettati per coprire i costi e ottenere un capital gain.

  • Fatturato per mq di superficie (IVA esclusa): dagli 800 €/mq ai 1.200 €/mq
  • Tempi per realizzare il fatturato: primo anno (50%), secondo anno (75%) e terzo anno (100%)
  • Battuta media (calcolato dividendo il fatturato per il numero degli scontrini. Esso dipende dalle merceologie vendute ed è un parametro che va interpretato tenendo conto delle caratteristiche del bacino d’utenza e della tipologia di vivaio): 20/30 euro
  • Fatturato per addetto (inclusi i collaboratori stagionali): 130.000 euro all’anno.

Floricoltura: considerazioni finali

Come hai compreso dalla guida, il settore della floricoltura è in costante evoluzione ed è per questo che è molto importante prestare attenzione ai trend di mercato e alle preferenze dei consumatori, in modo tale da riuscire a rispondere adeguatamente alle diverse esigenze e alle loro preferenze. Le aziende, oltre a prestare attenzione alle richieste dei consumatori, aderiscono spesso a standard di coltivazione ottimali attraverso la messa in atto di Best Practice e prestando la massima attenzione continua ai processi innovativi. Ciò aiuta a rendere l’industria florovivaistica assolutamente sostenibile. Bisogna considerare che questa attività economica è molto influenzata dall’andamento climatico: secondo un’analisi dell’organizzazione meteorologica mondiale, il 2017 è stato il quarto anno più caldo negli ultimi decenni e ciò ha influenzato la crescita e la commercializzazione delle coltivazioni. Nel mese di marzo 2018, si è registrato un clima fortemente instabile con piogge frequenti e intense rispetto alla media e, nelle poche giornate con cielo sereno, gli acquisti di fiori e di piante sono stati discreti. “Tirando” le somme complessive il bilancio, rispetto al mese di marzo 2017, è stato negativo a causa del maltempo che non ha incentivato le persone a fare visite alle aziende vivaistiche. Prendendo in considerazione il primo trimestre del 2018, la spesa delle famiglie italiane in fiori e piante è stata più bassa rispetto ai dati del 2017 e si ritiene che questo calo sia da attribuire al clima negativo.

I freelancer collaborano con vari professionisti e committenti instaurando un rapporto di lavoro abituale e/o occasionale. Per chi si trova ad applicare la “Ritenuta d’acconto” durante il processo di fatturazione attiva o passiva deve sapere di cosa si tratta, quali sono le tipologie previste dalla normativa fiscale in Italia, come si calcola e le modalità di versamento.

Ritenuta d’acconto: che cos’è?

Se ne sente spesso e volentieri parlare, specie tra i freelancer e i lavoratori autonomi che prestano la propria collaborazione e prestazione lavorativa in forma del tutto occasionale. La ritenuta d’acconto è una trattenuta Irpef (per i redditi delle persone fisiche) o Ires (per le persone giuridiche: società) che viene effettuata sulle somme di denaro che il prestatore di lavoro occasionale (il c.d. sostituito) percepisce dai committenti, datori di lavoro, banche o istituti finanziari, i c.d. sostituti di imposta. In buona sostanza, si tratta di una modalità di pagamento che prevede il versamento obbligatorio delle imposte in forma anticipata nelle casse dello Stato, da parte soggetto che funge da sostituto d’imposta e che trattiene l’importo dovuto alla fonte del prestatore d’opera (sostituto) per conto di cui lo versa. Le ritenute possono essere a titolo di acconto e a titolo di imposta: nel primo caso significa che, a fronte di una somma o ammontare della prestazione occasionale stabilito con un committente, quando viene emessa la ricevuta o la fattura nei confronti del soggetto titolare di Partita Iva, viene applicata una ritenuta del 20%. Per fare un esempio: se si concorda come somma della prestazione occasionale un importo di 5.000 euro, a titolo di acconto si percepisce l’80%, ovvero 4.000 euro, mentre 1.000 euro rappresentano un’anticipazione sulle imposte che si va ad onorare su quei 5.000 euro (il 23% a titolo di Irpef), meno le ritenute che già sono state versate dal sostituto d’imposta. Nel caso in cui fossero state a titolo di imposta, le ritenute fiscali avrebbero potuto comunque avere come aliquota il 20% e la tassazione sui 5.000 euro si sarebbe esaurita con i 1.000 euro versati all’Erario.

Ritenuta d’acconto a titolo di imposta: esempio pratico

Come detto esistono diverse tipologie di ritenuta, la più diffusa tra i freelancer o prestatori di lavoro occasionale è quella a titolo di imposta. Per capire meglio il funzionamento di questa modalità di pagamento delle imposte, è necessario fare un esempio pratico ed applicativo. Ammettiamo che un professionista emette una notula ad un proprio committente munito di Partita IVA per una prestazione svolta con un importo complessivo pattuito di € 20.000. Su tale importo deve essere applicata una ritenuta d’acconto con aliquota del 20% a titolo di acconto delle imposte, per cui il freelancer si vede accreditato un importo netto pari di 16.000 euro e i restanti 4.000 euro vengono versati dal committente, che fungerà da sostituto d’imposta per conto del professionista. I 4.000 euro rappresentano un’anticipazione delle imposte che lo stesso prestatore di lavoro occasionale deve pagare in sede di dichiarazione dei redditi e sui quali viene applicata un ulteriore aliquota IRPEF, divisa per scaglioni di reddito con una percentuale che varia da un minimo del 23% ad un massimo del 43%.

Ben si comprende che le ritenute d’acconto vanno applicate su determinate tipologie di compensi:

  • redditi di lavoro autonomo (su cui viene applicata e versata poi dal sostituto d’imposta una ritenuta del 20% a titolo d’acconto),
  • redditi di lavoro dipendente (operata mensilmente direttamente sulla busta paga, certificata a fine anno attraverso la comunicazione della Certificazione Unica ex CUD,
  • redditi per prestazione occasionale (su cui viene applicata un’aliquota del 20% a titolo d’imposta),
  • redditi derivanti da diritto d’autore e/o opere d’ingegno (applicazione di un’aliquota del 20%),
  • redditi di capitale, proventi derivati da investimenti e utili, su cui si applica un’aliquota che può essere del 12,5%, 20% 26%),
  • redditi di prestazioni per agenzie e/o intermediari (con aliquota applicata del 23%).

Da notare bene che fanno eccezione all’applicazione delle ritenute i soggetti titolari di Partita IVA in regime forfettario.

Calcolo e versamento della Ritenuta d’acconto

Ecco come procedere con il calcolo della ritenuta d’acconto che il sostituto d’imposta deve procedere con il versamento per conto del sostituito (prestatore di lavoro occasionale) nelle casse dell’Erario. Si parte dall’importo lordo e si procede con il computo dell’importo netto e della ritenuta. Come già detto, il netto rappresenta l’80% della somma concordata con il datore di lavoro o soggetto committente, mentre la ritenuta è del 20% per cui la formula per procedere con il computo è il seguente:

Netto = Importo Lordo x 0,8

Ritenuta = Importo Lordo x 0,2

Si può, in alternativa, partire dal netto per giungere al calcolo del lordo e della ritenuta: questa modalità di calcolo è utile quando si pattuisce l’importo lordo della prestazione occasionale. Ecco come procedere con il calcolo:

Importo Lordo = Importo Netto: 0,8

Ritenuta = Lordo – Netto

La ritenuta si applica sempre solo sulla base imponibile e devono essere escluse dal conteggio le rivalse contributive e l’IVA.

Una volta proceduto al calcolo della ritenuta, il sostituto d’imposta deve procedere con l’adempimento e provvedere al versamento dell’importo relativo alla ritenuta d’acconto entro e non oltre il 16 del mese successivo al pagamento della prestazione. Nel caso in cui ciò non avvenisse, il sostituto d’imposta può regolarizzare attraverso il ravvedimento operoso. L’omesso versamento dell’importo dovuto è sanzionato con interessi di mora.

Il pagamento deve essere effettuato attraverso l’utilizzo del modello F24, con l’utilizzazione dei seguenti codici tributo:

  • 1040 (per prestazioni di professionisti e/o utili derivanti da proventi finanziari),
  • 1020 (per pagamento di prestazioni di ritenute d’acconto relative a prestazioni effettuate da società di capitali).
  • 1019 (per pagamento di ritenute d’acconto relative a prestazioni effettuate da artigiani o società di persone).

Si ricorda che il sostituto d’imposta deve effettuare entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello in cui sono stati corrisposti i redditi, la consegna della Certificazione Unica, documento che verrà anche trasmesso in via telematica presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate ed entro il 31 luglio dovrà trasmettere il modello 770, contenente il riepilogo complessivo di tutti i percepenti e gli importi delle ritenute d’acconto versate in qualità di sostituto di imposta.

Modello Ricevuta di Prestazione (2018)

Nome Cognome

Indirizzo

CAP Città

Codice Fiscale

Spett.le Nome Cliente

Indirizzo

Cap Città

Partita Iva

Codice fiscale

Ricevuta n. _________ del ________

Oggetto: _______________________________________________________________ (specificare il tipo di attività svolta)

Compenso lordo ______ €

A dedurre ritenuta d’acconto di ______ €

Compenso netto ______ €

La prestazione è di natura occasionale ed è esclusa dall’applicazione dell’IVA ai sensi dell’art. 5

del D.P.R. n. 633 del 26 ottobre 1972.

Data

Firma

Introdotta a partire dal 1996 con la Legge 335 del 1995 al fine di assicurare una tutela previdenziale a categorie di lavoratori fino ad allora escluse, i liberi professionisti devono iscriversi alla Gestione Separata, un fondo pensionistico finanziato con i contributi previdenziali obbligatori dei lavoratori assicurati. Infatti, la Gestione Separata raccoglie i contributi previdenziali dei professionisti che non hanno una cassa previdenziale di riferimento (lavoratori autonomi, incaricati alla vendita a domicilio, lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, lavoratori autonomi occasionali). Ad oggi sono attive quasi un milione di posizioni, di cui circa 350.000 professionisti con Partita Iva ed il numero è in costante crescita ogni anno. Vediamo che cos’è e come funziona la Gestione Separata.

Gestione Separata: chi si può iscrivere?

L’iscrizione alla Gestione Separata è rivolta ai liberi professionisti senza cassa titolari di Partita IVA e a quelli con albo o cassa che, contemporaneamente all’attività professionale, svolgono anche un’altra attività di lavoro coperta da contribuzione. Inoltre, sono tenuti ad iscriversi anche:

  • i venditori a domicilio con contratto di lavoro autonomo, ma con una soglia di esenzione di 5.000 euro annui
  • i beneficiari di borse di studio per la frequenza dei corsi di dottorato di ricerca,
  • gli spedizionieri doganali non dipendenti
  • i beneficiari di assegni per attività di tutorato, didattico-integrative, propedeutiche e di recupero
  • coloro che esercitano una collaborazione coordinata e continuativa, se il reddito professionale è inferiore a 5.000 euro e se la durata della prestazione occasionale è inferiore a 30 giorni l’anno
  • i lavoratori autonomi occasionali che non hanno l’obbligo di iscriversi ad un’autonoma Cassa di previdenza e il cui reddito imponibile abbia superato la soglia di 5.000 euro nell’anno solare
  • i pensionati che svolgono collaborazioni coordinate e continuative.

Coloro che percepiscono compensi derivanti da diritti d’autore e indennità per cessazione di rapporti di agenzia non sono tenuti ad iscriversi alla Gestione Separata.

Iscrizione Gestione Separata: requisiti professionali

Liberi Professionisti e Autonomi senza Cassa di Previdenza e senza Albo sono tenuti ad iscriversi alla Gestione Separata. Ulteriori requisiti professionali richiesti per iscriversi alla Gestione Separata sono ascrivibili allo svolgimento di un’attività a contenuto artistico o professionale, autonoma, abituale e professionale, senza natura di impresa e senza vincoli di subordinazione e in modo abituale.

Come iscriversi alla Gestione Separata

L’iscrizione alla Gestione Separata deve essere effettuata, entro 30 giorni dall’inizio dell’attività, compilando l’apposito modulo (modello SC04) disponibile sul sito www.inps.it, nella sezione “Modulistica“.

Oltre ai dati anagrafici ed eventuali recapiti sono richieste le seguenti informazioni:

data di inizio dell’attività;

tipologia dell’attività che si intende svolgere, ovvero in qualità di:

  • professionista: in tal caso sono richieste alcune informazioni aggiuntive (tipo di attività, partita Iva, codice ATECO 2007, eventuale qualifica di socio di studio associato);
  • collaboratore o figure assimilate, per la cui attività l’obbligo contributivo è assolto dal committente o associante.

Ciascun lavoratore deve presentare la domanda di iscrizione:

  • per consegna diretta presso gli sportelli delle Sedi o Agenzie;
  • con invio per posta;
  • telefonando al Contact Center ai numeri 803164 gratuito da rete fissa, o 06164164 da rete mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico;
  • mediante invio telematico, collegandosi al sito www.inps.it/Servizi per il cittadino, click su:

Il professionista deve provvedere sempre e comunque e per l’intero importo al versamento alla Gestione Separata, salva la facoltà di addebitare al cliente in fattura, a titolo di rivalsa, un’aliquota pari al 4% dei compensi lordi.

Gestione Separata: Rivalsa INPS Fattura Professionisti

Come già messo in evidenza i Professionisti titolari di Partita IVA Forfettaria che esercitano una attività di lavoro autonomo per la quale non è prevista una Cassa di previdenza, sono tenuti all’iscrizione alla Gestione separata INPS. Questa, prevede il versamento annuo dei contributi su un forfait del fatturato e chi è iscritto alla Gestione separata ha la facoltà (e non l’obbligo) di addebitare in fattura al proprio committente una maggiorazione del 4% del compenso concordato tenendo sempre a mente che saranno loro stessi a versare i contributi ogni anno. Data la facoltà del potere addebitare la rivalsa INPS o meno, è anche possibile inserire la rivalsa INPS del 4% soltanto su alcune fatture di vendita mentre su altre no. La rivalsa del 4%, laddove venga applicata in fattura, rappresenta un reddito per il professionista e non viene trattata come un contributo previdenziale, ma concorre all’aumento dell’imponibile soggetto a tassazione.

Versamento e termini di pagamento Contribuzione Gestione Separata

Il versamento dei contributi va eseguito, tramite compilazione del modello F24, alle scadenze fiscali previste per il pagamento delle imposte sui redditi. I contributi previdenziali sono pagati in base al reddito effettivamente percepito nell’anno di imposta di riferimento e vengono accreditati nell’estratto conto del lavoratore nell’anno in cui sono stati pagati i compensi cui si riferiscono. I versamenti degli acconti e del saldo devono essere effettuati entro gli stessi termini previsti per il pagamento dell’IRPEF: entro il 30 giugno per il saldo precedente e il primo acconto dell’anno in corso; entro il 30 novembre per il secondo acconto dell’anno in corso. Come per l’IRPEF, il versamento del 16 giugno, relativo sia al saldo che al primo acconto, può essere differito fino al 16 luglio (maggiorando le somme da versare dello 0,40% a titolo di interesse) e può essere rateizzato (aggiungendo una “R” alla causale contributi correnti P10 o PXX). Sia in caso di rateizzazione che di differimento, la maggiorazione per interessi deve essere esposta nel modello di pagamento separatamente dal contributo, utilizzando la causale contributo “DPPI” e compilando nella relativa riga di F24 tutti i campi previsti per il versamento dei contributi a cui gli interessi si riferiscono.

Causali di Versamento F24

Contributi correnti
Descrizione causaleCausale fino al 31 dicembre 2000Causale dal 1° gennaio 2001
Contributo per saldo o acconto a debito del professionista (o a credito se posto in compensazione), così come risultante dal quadro RR del .
La causale va utilizzata per i versamenti in unica soluzione dei professionisti iscritti alla Gestione Separata non titolari di pensione (diretta o indiretta) e non titolari di ulteriori contemporanei rapporti assicurativi.
DPPPXX
Contributo per saldo o acconto a debito del professionista (o a credito se posto in compensazione), così come risultante dal quadro RR del modello Unico.
La causale va utilizzata per i versamenti in unica soluzione dei professionisti iscritti alla Gestione Separata titolari di pensione (diretta o indiretta) e/o di ulteriori contemporanei rapporti assicurativi.
 P10
Interesse dello 0,40% per eventuale differimento del versamento del saldo e del primo acconto.DPPIDPPI
Contributi correnti rateizzati
Descrizione causaleCausale fino al 31 dicembre 2000Causale dal 1° gennaio 2001
Contributo per saldo o acconto a debito del professionista, così come risultante dal quadro RR del modello Unico.
La causale va utilizzata per i versamenti rateali dei professionisti iscritti alla Gestione Separata non titolari di pensione (diretta o indiretta) e non titolari di ulteriori contemporanei rapporti assicurativi.
DPPRPXXR
Contributo per saldo o acconto a debito del professionista, così come risultante dal quadro RR del modello Unico.
La causale va utilizzata per i versamenti rateali dei professionisti iscritti alla Gestione Separata titolari di pensione (diretta o indiretta) e/o di ulteriori contemporanei rapporti assicurativi.
 P10R
Interessi di rateizzazioneDPPIDPPI

 

Sei alla ricerca di conto corrente che soddisfi le tue esigenze di gestione del risparmio? Segui questa Recensione su Widiba e scopri che cos’è, come funziona, quali sono i vantaggi e le opinioni sul conto corrente e sulle carte offerte da Wise Digital Bank.

Widiba è sicuro e affidabile?

Prima di analizzare il conto corrente e la carta di credito Widiba è importante capire se ci si può davvero affidare a Wise Digital Bank (acronimo Widiba), l’istituto di credito (del Gruppo Monte dei Paschi di Siena) che ha dato vita nel 2014 ad una delle piattaforme online più interessanti per la massa di consumatori creditizi. Nata come smart bank, oggi Widiba vanta una rete di oltre 600 Financial Advisors presenti su tutto il territorio italiano ed è recensita tra le più innovative del panorama nazionale. Se sei alla ricerca di una banca mobile e sempre “a portata di click”, il software di Widiba è disponibile direttamente da laptop o pc e dai dispositivi elettronici smartphone, iPhone, iPad, e addirittura Apple Watch e Apple TV. Grazie alle app scaricabili sul tuo device elettronico puoi permetterti di gestire il conto in totale autonomia, controllare il saldo e tutti i movimenti contabili ovunque tu sia, anche con l’aiuto di un assistente personale.

Con Widiba puoi proteggere il tuo Conto online con alcune precauzioni, semplici ma efficaci:

  • username e password sono le chiavi di accesso al Conto Widiba: basta proteggerle,
  • non scrivere sul cellulare o su supporti user e password che possono essere oggetto di furto e di sottrazione,
  • scegliere una password che sia quanto più efficace possibile (non contenente informazioni personali, sequenze di lettere o numeri, non sia la stessa per tutti gli accessi, sia oggetto di cambiamento),
  • uscire dal sito di Home Banking selezionando LOGOUT prima di chiudere la pagina,
  • in casi eccezionali si può essere contattati dall’ufficio sicurezza di Widiba, ma solo ed esclusivamente dal numero 02-55400988.

Il Conto Widiba è un prodotto sicuro: il rischio principale è il rischio di controparte, cioè l’eventualità che la Banca non sia in grado di rimborsare al correntista-risparmiatore, in tutto o in parte, il saldo disponibile. Per questa ragione la Banca aderisce al sistema di garanzia Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, che assicura a ciascun correntista una copertura fino a 100.000,00 euro.

Come riportato sul Contratto: “Altri rischi possono essere legati allo smarrimento o al furto di assegni, carta di debito, carta di credito, dati identificativi e parole chiave per l’accesso al conto su internet, ma sono anche ridotti al minimo se il correntista osserva le comuni regole di prudenza e attenzione. La Banca per comunicare con i propri clienti, ricevere le disposizioni operative impartite dai medesimi e confermarle, si avvale, oltre al Servizio Widiba della firma digitale (la “FD”), della posta ordinaria, della posta elettronica, della posta elettronica certificata (la “PEC”), del telefono e/o di altre tecniche di comunicazione a distanza. Allo stesso modo i clienti per fruire dei Servizi Widiba si avvalgono delle tecniche di comunicazione a distanza, ivi compresi gli strumenti di FD e PEC”.

Widiba: perché si differenzia dalle altre banche?

Perché dovresti optare per Banca Widiba? Perchè si differenzia dalle altre banche? Widiba è una banca smart ovvero una banca virtuale e “a portata di click”: offre prodotti e servizi utilizzabili direttamente da una piattaforma online personalizzabile ed un Network di più di 600 Consulenti finanziari ubicati su tutto il territorio.

Attraverso il software online è possibile compiere tutte le operazioni bancarie e di trading in ogni momento della giornata, 7 giorni su 7 e grazie ai Financial Advisor si può decidere di fare investimenti.

Quali prodotti e servizi si possono sottoscrivere con Banca Widiba? Conto corrente, soluzioni per il risparmio, carte di credito e pagamenti evoluti, trading, investimenti e fondi sono tutti utilizzabili tramite un qualsiasi browser da computer, pc e app scaricabile su smartphone, tablet e Apple Watch. Grazie alla piattaforma online, “customizzabile” in base alle diverse esigenze della clientela, è possibile beneficiare di un nuovo modello di business che coniuga tecnologia e relazione. Anche gli stessi prodotti offerti da Banca Widiba sono completamente personalizzabili, dal numero di conto corrente al Bancomat e alle carte di credito.

Conto Corrente Widiba: cos’è e come funziona?

Conto corrente Widiba è una delle migliori soluzioni creditizie che ti permettono di risparmiare e di beneficiare di differenti vantaggi ascrivibili ai seguenti:

  • conto corrente 100% paperless
  • accesso 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, anche da casa e da device,
  • Conto a zero spese per 2 anni per i nuovi clienti
  • Bancomat e carte di credito in 34 stili diversi,
  • Utilizzo della Piattaforma di trading evoluta,
  • Possibilità di pagare con Apple Pay,
  • PEC e Firma digitale incluse.

Come aprire il Conto Corrente Widiba: istruzioni e passi da compiere

Puoi aprire il tuo Conto Corrente direttamente da PC in soli 5 minuti: è riservato esclusivamente a persone fisiche maggiorenni residenti in Italia, per un uso personale che prescinde dall’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta (articolo 3 del D. Lgs. 6 settembre 2005, n. 206).

Per procedere con l’apertura del conto corrente Widiba devi tenere a portata di mano un documento d’identità valido, codice fiscale ed un contatto telefonico (cellulare). Compila il form online con tutti i tuoi dati anagrafici e di contatto che trovi collegandoti alla pagina dedicata. Scegli username e password che dovrai conservare in luogo sicuro e perfeziona la registrazione in soli 5 minuti.

Condizioni economiche e contrattuali Conto Widiba

  • Spese di tenuta conto a trimestre

5,00 €
Gratuito per 2 anni

  • Canone Bancomat

0,00 €

  • Prelievi ATM superiori a 100€ su tutte le banche in Italia

0,00 €

  • Bonifici SEPA

0,00 €

  • Linea Libera e Linee Vincolate

Incluse

  • Deposito Titoli

Incluso

  • Estratto conto digitale

0,00 €

  • PEC

Inclusa

  • Firma digitale

Inclusa

Conto Corrente Widiba è un “pacchetto” di servizi bancari e di investimento rivolto al cliente consumatore, con comportamenti improntati all’utilizzo dei canali alternativi allo sportello. Come da contratto Conto Widiba è costituito dall’integrazione delle seguenti componenti obbligatorie:

  • Il conto corrente;
  • La carta Bancomat/Pagobancomat;
  • Accantonamenti e vincoli sulle somme registrate in conto corrente;
  • Il deposito titoli a custodia;
  • I servizi a distanza (Servizio Widiba).
  • Ulteriori servizi connessi al Conto Widiba, che possono essere attivati dal Cliente.

Promozioni Conto e Carta Widiba

Se vuoi “rottamare” il tuo vecchio conto con Widiba puoi farlo in pochi passi e molto semplicemente, si deve procedere con la compilazione del modulo online e in dodici giorni avviene il trasferimento. E per quanto riguarda le carte di credito? Si può optare per il bancomat o la carta in 34 stili diversi, utilizzare gli ATM evoluti per versare contanti e assegni, pagare anche contactless o via mobile ricevendo sempre un SMS quando viene un acquisto.

Bancomat:

  • il primo è gratuito e già incluso nel conto
  • notifiche ad ogni pagamento
  • maxiprelievo incluso e gratuito

Con Widiba si possono utilizzare diversi tipi di bancomat, da quelli totalmente gratuiti ad altri che richiedono una piccola somma annua o trimestrale (come la Oronero).

Carta di Credito e Prepaga maxi

La Carta Classic non comporta nessuna spesa, la si può ricaricare fino a 3.000 € e non si pagano nemmeno le ricariche. La Carta Gold è adatta per le spese fino a 5.000 euro e la Carta Oronero è riservata ai clienti più esigenti. Inoltre, si può richiedere la Prepagata Maxi che consente di fare ricariche online gratis per sempre fino a 10.000 euro (anche da app) ed è utilizzabile anche all’estero.

Richiedi la tua carta e ricevila direttamente a casa tua:

  • scegli il circuito Visa o Mastercard,
  • usi la firma digitale per concludere la richiesta,
  • sai a che punto è la spedizione in qualunque momento.

Che cos’è il Drop Shipping? Perché è sempre più rilevante nel mondo dell’E-Commerce? Ogni giorno milioni di persone nel mondo si connettono sul web, comunicano, si scambiano informazioni, creano blog, condividono contenuti multimediali e acquistano prodotti e servizi. In fin dei conti, non possiamo negare di essere nell’epoca del web e … siamo solo all’inizio.

Grazie alla tecnologia, l’E-commerce (commercio elettronico) è “esploso” e non conosce crisi: acquistare beni e servizi e concludere transazioni commerciali sul web fa parte oramai della nostra quotidianità e del nostro modo di vivere. Oggi, vendere online rappresenta una grande opportunità per tutta la platea di esercenti commerciali che vogliono ampliare il loro business o semplicemente beneficiare dei vantaggi legati al commercio online. In questa guida scopriamo che cos’è il drop shipping, quali sono i vantaggi per il venditore ed il drop shipper e la normativa fiscale vigente.

E-commerce e Drop shipping: un connubio perfetto nell’Era del web

Il sistema di vendita in “drop ship” affonda le sue origini in America e si è diffuso grazie alla crescita di siti di aste online, che hanno permesso alle Community di venditori di proporre quotidianamente un catalogo di prodotti messi a disposizione dai drop shipper, sui loro E-Store, guadagnando a provvigione. In un contesto sempre più evoluto si inserisce a pieno titolo il drop shipping, un pratico e vantaggioso metodo di vendita online senza avere necessità di avere uno store fisico o un magazzino di stoccaggio. In buona sostanza, l’esercente commerciale, una volta effettuata la vendita, trasmette l’ordine al fornitore (c.d. “dropshipper“), il quale spedisce il prodotto direttamente all’utente finale. Grazie a questo modello di vendita, l’esercente commerciale si preoccupa esclusivamente della promozione dei prodotti e delle referenze vendute, senza prestare attenzione alle relative incombenze legate ai processi di imballaggio e spedizione che sono oggetto di cura del fornitore.

Non c’è necessità di perdere tempo alla ricerca della location o del personale di vendita più adatto per il business (e di farsi carico delle relative spese): se si decide di avviare un’attività in drop shipping la cosa più importante da fare è ricercare un partner commerciale, ovvero un fornitore (o drop shipper) corretto e attendibile con cui instaurare un accordo strategicamente rilevante.

Grazie al modello di vendita del Drop shipping, come rappresentato nello schema sopra riportato, siamo di fronte ad una triplice interazione telematica tra venditore, fornitore e acquirente:

  • il consumatore finale (customer) ricerca su Internet il prodotto di suo interesse e conclude l’ordine sul sito E-Commerce;
  • il venditore (marketer) tramite il proprio sito E-Commerce raccoglie l’ordine e lo comunica al fornitore;
  • il fornitore (Drop Shipper) facendosi carico di tutte le attività (stoccaggio, imballaggio e spedizione della merce), prepara l’ordine e spedisce il prodotto al cliente finale.

I vantaggi per il venditore e per il Drop shipper

Da quanto si evince dallo schema esplicativo sopra riportato non possiamo negare che il Drop Shipping comporti innumerevoli vantaggi per l’esercente commerciale e per il soggetto fornitore o drop shipper. Per il venditore, ben si comprende come può beneficiare della possibilità di crearsi un’attività di vendita senza necessità di investire capitali; vendere personalmente o tramite siti web o aste online e senza avere necessità di avere magazzini fisici o dipendenti. Per il drop shipper i vantaggi sono ascrivibili alla maggiore capillarità di penetrazione dei mercati sia tradizionali che online e all’aumento della propria rete di vendita.

Drop shipping in Italia: normativa fiscale, rischi e costi connessi

Come già messo in evidenza tra i principali vantaggi del drop shipping c’è sicuramente la possibilità per i venditori online di ridurre i costi che accompagnano l’avvio di ogni attività. Con il metodo del drop shipping l’investimento iniziale è totalmente focalizzato sulle attività di social media marketing ovvero sulla realizzazione e la cura di un accattivante sito web per fare incetta di clienti.

Il secondo passo da compiere è affrontare l’iter burocratico, senza troppe novità rispetto all’apertura di un negozio fisico:

  • apertura Partita IVA;
  • richiesta di iscrizione alla Camera di Commercio competente;
  • presentazione della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività).

E’ bene a questo punto fare chiarezza in termini di fiscalità quando venditore, fornitore e acquirente sono residenti in Paesi diversi: stiamo parlando di operazioni triangolari IVA. Se il passaggio dei beni avviene nel contesto nazionale o comunitario (triangolazioni nazionali o comunitarie), la normativa fiscale è piuttosto semplice prevedendo due contratti di cessione dei beni; uno dal fornitore al venditore e-commerce e l’altro dal venditore e-commerce al cliente finale, con relative fatture ai fini IVA. Quando, invece, ci troviamo di fronte ad una triangolazione extracomunitaria, e nell’interazione si inserisce un soggetto residente in un Paese non appartenente all’Unione Europea (ad esempio un fornitore cinese), siamo di fronte ad una operazione commerciale fuori campo IVA e sarà il cliente finale a farsi carico delle spese IVA per il bene importato in base a quanto previsto dell’articolo 7 del DPR 633/1972. Come tutte le attività commerciali anche il drop ship ha suoi rischi che i venditori devono valutare prima di avviare un’attività di vendita attraverso questo sistema. I rischi più comuni sono connessi:

  • rischio di esaurimento prodotti: accade quando viene venduto un prodotto non più disponibile nel magazzino del fornitore/dropshipper,
  • basse percentuali di guadagno: i prodotti venduti in drop ship garantiscono un margine di guadagno che non eccede il 20/30%,
  • elevata concorrenza sui siti di vendite online.

Con la pubblicazione della Risoluzione n.40/E l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito alla tassazione della capogruppo (holding) neocostituita. L’amministrazione fiscale ha chiarito che la holding neocostituita può optare, a partire dall’esercizio in cui ne è avvenuta la costituzione, per il regime di tassazione di gruppo con la società controllata. Per capire meglio ripercorriamo quanto precisato dall’Amministrazione fiscale alla luce della fattispecie presentata dall’istante nella Risoluzione n. 40/E riguardante un’operazione di riorganizzazione aziendale.

Consolidato fiscale dopo riorganizzazione del gruppo aziendale: chiarimenti Agenzia delle Entrate

Chiarimenti sulla tassazione di gruppo con la Risoluzione 40/E del 17 maggio 2018, contenente le risposte a due differenti interpelli.

Il caso

Il caso vede Alfa Srl, Beta SpA, Gamma Srl e Delta Srl, società costituenti il “Gruppo”, che redigono il bilancio in conformità ai principi contabili nazionali e “solo Delta Srl ha un esercizio non coincidente con l’anno solare che termina il 30 giugno di ogni anno”, come riportato sulla stessa Risoluzione.

Le quote del capitale sociale di Alfa Srl (“Holding”) ovvero la capogruppo, di Beta SpA, di Gamma Srl e di Delta Srl sono interamente detenute da persone fisiche, appartenenti al medesimo nucleo familiare. L’istante fa presente che è stata decisa una riorganizzazione del Gruppo, con la costituzione, nel mese di giugno 2017, della società Alfa Srl destinata a svolgere il ruolo di holding alla quale verrà conferito dagli attuali soci, l’intero capitale sociale di Beta SpA, Gamma Srl. e Delta Srl.

I quesiti posti dall’istante all’Amministrazione fiscale

L’istante con due interpelli differenti chiede esplicitamente:

  • se è possibile per la holding neocostituita optare per la tassazione di gruppo comprendendo tutte le società
  • se si realizza un indebito vantaggio fiscale che crei abuso.

Agenzia dell’Entrate: il Parere

Nel rispondere al soggetto istante, l’Agenzia delle Entrate ha ricordato che ai sensi dell’articolo 117, comma 1, del TUIR l’esercizio dell’opzione per la tassazione di gruppo esige che la holding possegga nelle società che intende consolidare una partecipazione che sia espressiva di un rapporto di “controllo rilevante”. La norma recita, a tal proposito: “la società o l’ente controllante e ciascuna società controllata rientranti fra i soggetti di cui all’articolo 73, comma 1, lettere a) e b), fra i quali sussiste il rapporto di controllo di cui all’articolo 2359, comma 1, numero 1), del codice civile, con i requisiti di cui all’articolo 120, possono congiuntamente esercitare l’opzione per la tassazione di gruppo”.

Per quanto concerne il requisito del “controllo rilevante”, esso deve sussistere sin dal periodo d’imposta per il quale la controllante e la controllata optano per il consolidato. Un’eccezione alla regola contenuta nel citato comma 2 dell’articolo 120 del TUIR è quella prevista dall’articolo 2 del decreto ministeriale 9 giugno 2004, che consente alle holding neocostituite di optare in qualità di consolidate, per il regime della tassazione di gruppo, a partire dall’esercizio di costituzione.

La Circolare n. 40/E del 26 settembre 2016, con riferimento alla partecipazione delle società neocostituite al consolidato fiscale aveva chiarito che il legislatore reputa sufficiente la sussistenza del requisito del controllo rilevante a partire dall’inizio del loro esercizio, senza guardare invece all’inizio dell’esercizio della controllante.

In buona sostanza, se “il controllo rilevante dovesse essere verificato tanto con riferimento all’inizio dell’esercizio della consolidante quanto con riferimento all’inizio dell’esercizio delle consolidate, le società neocostituite non potrebbero optare, in qualità di consolidate, per il regime della tassazione di gruppo già a partire dall’esercizio di costituzione”.

La soluzione interpretativa contenuta nella Circolare n.40/E è stata estesa alla fattispecie del delle società che siano state acquisite dalla controllante in corso d’esercizio (cd. “società neo acquisite”) che abbiano fatto coincidere:

  1. a) la data della loro acquisizione da parte della controllante con la data di chiusura dell’esercizio in corso al momento dell’acquisizione;
  2. b) la data di chiusura del primo esercizio successivo alla loro acquisizione da parte della controllante con la data di chiusura dell’esercizio della controllante.

Rimane ferma la condizione che la loro acquisizione da parte della controllante sia avvenuta entro il termine utile per esercitare l’opzione per il consolidato fiscale e che sussistano gli altri requisiti richiesti dalla normativa vigente.

Analogamente a quanto accade per le società neocostituite, la controllante può immediatamente consolidare i risultati fiscali prodotti dalle controllate/neo acquisite durante un periodo d’imposta “interamente controllato” dalla stessa e che si chiude nella stessa data in cui è prevista la chiusura del periodo d’imposta della controllante.

Alla luce della fattispecie presentata dall’istante:

  • la Holding, costituita in data 26 giugno 2017, ha acquisito, in data 28 giugno 2017, la partecipazione totalitaria al capitale sociale della società Delta S.r.l.;
  • Delta S.r.l. modificherà la durata del proprio esercizio sociale allineandolo, in coerenza con la Holding e le altre società del Gruppo, all’anno solare, sicché l’esercizio che ha avuto inizio il 1° luglio 2017 si chiuderà il 31 dicembre 2017 mentre gli esercizi successivi avranno durata 1° gennaio – 31 dicembre.

Il caso è riconducibile a quello contemplato dalla Circolare n. 53/E del 2004 (paragrafo n. 3), pertanto, la Holding può optare, già a partire dall’esercizio in cui ne è avvenuta la costituzione, per il regime della tassazione di gruppo con la società Delta S.r.l., consolidando i redditi prodotti da quest’ultima nel periodo d’imposta 1° luglio 2017 – 31 dicembre 2017.

Come sottolineato nella Risoluzione n.40/E, la tassazione consolidata facente capo alla Holding includerà:

  • i redditi relativi al periodo d’imposta della Holding compreso tra la data di costituzione della Holding e il 31 dicembre 2017,
  • i redditi relativi al periodo d’imposta di Delta S.r.l. che va dal 1° luglio 2017 al 31 dicembre 2017.

La Holding dovrà comunicare mediante il Modello “Comunicazioni per i Regimi di Tonnage Tax, Consolidato, Trasparenza e per l’Opzione IRAP” l’opzione per il consolidato fiscale all’Agenzia delle Entrate entro il termine di presentazione del Modello Redditi SC 2017, ovvero entro il 31 ottobre 2017.

Flat tax o tassa “piatta”: che cos’è e come funziona? A chi conviene e perché se ne parla? Si tratta di una novità che verrà introdotta nel 2019 in seguito alla Accordo-Contratto di Governo stipulato tra la Lega ed il Movimento 5 Stelle. Tra scontenti e confusione, c’è da domandarsi a chi converrà effettivamente la Flat Tax proposta da Salvini. Per comprenderlo, la Redazione di WebEconomia ha raccolto in questo articolo alcuni esempi utili e concreti, tenendo conto del numero di componenti del nucleo familiare e del reddito lordo annuo.

Critiche alla Flat Tax: che cos’è questo sistema fiscale?

Tutti noi abbiamo sentito parlare della Flat Tax, ma probabilmente in pochi sanno di che cosa si tratta esattamente. Si tratta di un sistema fiscale non progressivo, che prevede l’applicazione di una tassa “piatta” basata solo ed esclusivamente su un’unica aliquota per tutti, avente l’obiettivo di ridurre fortemente l’evasione fiscale e di aumentare il gettito delle entrate nelle Casse Erariali dello Stato.

In effetti, l’introduzione di un’imposta unica sui redditi, ha “sollevato” non poche critiche e dubbi sulla sua incostituzionalità: secondo l’articolo 53 della nostra carta fondamentale, tutti i contribuenti fiscali sono tenuti a contribuire alle spese pubbliche in base alla loro capacità contributiva ed utilizzando un criterio di progressività.

In quanto sistema di tassazione proporzionale ad aliquota unica, la tassa “piatta”, secondo gli autorevoli esperti di diritto fiscale, “dovrebbe risultare incostituzionale, anche se esistono scorciatoie che ne mascherano l’illecita ragion d’essere”. Infatti, le deduzioni fiscali per i redditi bassi lasciano presupporre una certa progressività.

Come funziona la tassa “piatta”?

Nell’accordo-contratto stato stipulato tra M5S e Lega si prevede l’introduzione dell’aliquota del 15% e del 20% per le persone fisiche, per le Partite IVA e per le famiglie, mentre l’aliquota del 15% sarà applicabile alle società. Sarà previsto, quindi, un doppio regime sarà applicabile alle famiglie, alle imprese e alle partite IVA, mentre per le società l’aliquota sarà fissa.

Con questo sistema fiscale il beneficio maggiore andrà a favore delle imprese che ad oggi pagano imposte IRES pari al 24% e potranno ottenere un notevole risparmio.

Per quanto concerne le deduzioni queste saranno forfettarie fino a 3.000 euro sulla base del reddito del nucleo familiare, al fine ultimo di garantire la progressività costituzionale. Ad oggi non si sa ancora se saranno previste o meno detrazioni o deduzioni per le imprese e per le Partite IVA. Inoltre, al fianco dell’imposta unica sui redditi con aliquota piatta e bassa, probabilmente ci sarà una “no tax area pensionati” e una “tax area lavoratori” a 13.000 euro annui: questo comporterebbe l’esenzione dal pagamento al di sotto della soglia.

Tutti questi elementi sono alla base dell’accordo preventivo tra Lega e Movimento 5 Stelle e non devono essere considerati, quindi, come dei principi certi e non modificabili. Per sapere con certezza come funzionerà la flat tax, infatti, occorrerà attendere prima di tutto la formazione del Governo, l’approvazione del contratto da parte degli elettorati di entrambe le parti politiche e l’approvazione del contratto da parte del Presidente della Repubblica.

Vantaggi e Svantaggi della Flat Tax: quali sono?

Secondo gli autorevoli sostenitori della Flat Tax, i vantaggi derivanti sono ascrivibili ai seguenti:

  • lotta all’evasione fiscale e dell’elusione,
  • maggiore semplificazione fiscale,
  • dialogo trasparente tra cittadini/aziende e Amministrazione fiscale,
  • aumento delle entrate nelle Casse dell’erario,
  • tutti i contribuenti italiani pagherebbero meno tasse,
  • le imprese, le Partite IVA e tutti coloro che creano ricchezza o investono non saranno più demotivati dall’alta tassazione,
  • tutti i contribuenti saranno stimolati a dichiarare i propri redditi e proventi e potranno compilare in modo autonomo la dichiarazione dei redditi.

Quali sono, invece, gli svantaggi della tassa “piatta”? Oltre ai vantaggi, occorre considerare anche i punti di debolezza che potranno derivare dall’introduzione della Flat Tax:

  • niente più detrazioni e deduzioni in base al numero dei figli, delle spese mediche, ristrutturazioni, etc.
  • numerosi vantaggi per chi percepisce redditi medio-alti. Infatti, se un lavoratore dipendente oggi guadagna 70.000 euro l’anno, con l’applicazione degli scaglioni Irpef, pagherebbe un’aliquota al 41% con la tassa “piatta”, pagherebbe il 15% o il 20%. Il risparmio è evidente!

Esempi concreti

Facciamo qualche esempio numerico per chiarire meglio le tasse alle quali potrà essere soggetta una determinata impresa sulla base dei guadagni ottenuti.

Se un’impresa guadagna 50.000 euro, con l’attuale sistema di deduzioni ha la possibilità di richiedere una deduzione complessiva pari a 22.000 euro, quindi il reddito soggetto ad imposta sarebbe pari a 28.000 euro. Con il sistema fiscale attuale, tale impresa pagherebbe 6.720 euro di tasse (IRES), mentre con la flat tax pagherebbe 4.200 euro, con un risparmio di 2.530 euro.

Non sappiamo ancora, però, se tutte le deduzioni saranno ancora presenti oppure no. In caso negativo, i costi deducibili saranno pari a 20.000 euro ed il reddito imponibile sarà di 30.000 euro. Con il sistema IRES l’impresa pagherebbe 6.720 euro di tasse, mentre con l’introduzione della flat tax pagherebbe 4.500 euro, con un risparmio di 2.220 euro.

Auspichi a diventare un imprenditore di grande successo? Prova ad aprire un’attività in franchising: si tratta di una validissima formula che ti consente di diventare imprenditore di te stesso avvalendoti del know-how e della brand reputation di un marchio commerciale già affermato e noto sul mercato.

Il contratto di affiliazione commerciale è sicuramente un’interessante strategia ed opportunità per crearsi un posto di lavoro e per sviluppare un proprio store da gestire ed organizzare, beneficiando dei corsi di formazione del franchisor. In quale settore puoi operare con la formula del franchising? Da un negozio di abbigliamento ad un ristorante, da uno store di telefonia ad una pasticceria; insomma, molti sono i vantaggi che puoi beneficiare dall’apertura di un negozio in franchising. Segui la guida che ForumEconomia ha approntato per te!

Contratto di Franchising: normativa vigente

Una delle formule di collaborazione commerciale indicata per chi ha intenzione di intraprendere un’attività di business è quella di siglare un contratto di franchising o di affiliazione commerciale.

Grazie a questa forma di accordo commerciale per la distribuzione di prodotti/servizi, è possibile avviare una attività di business senza dover iniziare da zero, beneficiando di un brand già affermato sul mercato.

La fonte normativa è contenuta nella Legge 129/2004 che definisce il franchising come «un contratto […] fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d’autore, know how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi».

Dal tenore normativo ben si comprende che il franchisor (produttore e/o distributore) concede all’affiliato o franchisee il diritto di distribuire i propri prodotti e/o servizi utilizzando la propria insegna commerciale.

Il contratto di affiliazione commerciale o di franchising rientra nella categoria dei contratti di retailing, ovvero di distribuzione commerciale e i soggetti coinvolti nell’accordo sono ascrivibili ai seguenti: il Franchisor (il soggetto Affiliante) e il Franchisee (il soggetto Affiliato) che siglano un accordo di partnership volto a commercializzare beni e/o servizi. L’affiliato deve impegnarsi a seguire le regole sancite dal Franchisor e deve acquisire il giusto patrimonio di conoscenze mediante corsi di formazione.

Il Franchisor, infatti, è un soggetto che ha acquisito esperienza e ha sperimentato la sua formula di commercializzazione nel mercato, ha raggiunto successo economico, commerciale e reputazionale e continua a rafforzare il proprio potere sul mercato attraverso il sistema del franchising.

Il Franchisee apre la sua attività beneficiando di visibilità sul mercato e deve pagare una percentuale sul fatturato (royalty) e/o di una commissione di ingresso (fee), oltre ad impegnarsi a rispettare le norme contrattuali che regolano l’accordo tra le parti.

Quali sono i vantaggi per l’imprenditore affiliato?

L’accordo di affiliazione commerciale è la scelta ideale per chi non ha esperienza in un dato settore e non sa come “muoversi” nell’aprire e nel gestire un’attività di business. Sicuramente, il franchisee ha la possibilità di beneficiare della buona reputazione commerciale apprezzata dai consumatori. La forza del marchio del franchisor aiuta il franchisee a “calamitare” l’attenzione dei clienti, ad incentivare la frequenza in store e ad accrescere il giro d’affari.

Grazie al contratto di franchising, un aspirante imprenditore può organizzare il proprio store ad hoc grazie alla presenza di una struttura imprenditoriale perfettamente funzionante. Oltre a ricevere formazione “in campo”, il soggetto affiliante riceve assistenza gratuita da parte della casa madre; in questo modo i costi organizzativi risultano minimizzati, così come le spese concernenti l’investimento pubblicitario e quelle relative all’acquisto di attrezzature, arredi, computer, etc.

Ben si comprende che il risparmio per gli investimenti in immobilizzazioni immateriali e/o materiali sia notevole per chi decide di aprire un’attività commerciale mediante la formula del franchising.

Intraprendere un’attività imprenditoriale mediante la formula dell’affiliazione commerciale aiuta ogni affiliato a conoscere a priori le difficoltà e le sfide che deve essere in grado di affrontare durante l’iter di sviluppo.

I vantaggi non si esauriscono qui dato che il franchisee ha la possibilità di beneficiare della possibilità di accedere con più semplicità al mercato del credito: banche e/o finanziarie sono maggiormente propense a concedere prestiti, finanziamenti e ogni altro prodotto creditizio ad imprenditori che offrono maggiori garanzie.

 

Intraprendere un’attività in franchising: quale insegna commerciale scegliere?

Gli imprenditori commerciali che decidono di avviare un’attività di business mediante la formula del franchising possono siglare un accordo di affiliazione con un franchisor “leader” nel settore in cui opera.

Ad esempio, per chi decide di avviare un fast food in franchising, l’insegna commerciale McDonald’s è il leader indiscutibile con cui poter stringere l’accordo. Oltre l’80% dei fast food del “gigante” della ristorazione veloce si basa proprio sulla formula del franchising.

Per avviare un fast food affiliato alla nota insegna commerciale McDonald’s, è necessario aver maturato esperienze di management aziendale, essere in grado di gestire un ristorante e di sviluppare il business con azioni di marketing locale, oltre ad avere una buona disponibilità economica di almeno 150.000 euro.

 

Negli ultimi anni è cresciuta la sensibilizzazione degli investitori nazionali ed internazionali nell’investire capitali verso progetti di investimento sostenibili in grado di creare valore nel medio-lungo periodo.

Tra i vari strumenti di Finanza Sostenibile, i Fondi Etici rivestono sempre più rilevanza all’interno dell’industria del risparmio e degli investimenti.  Si tratta di fondi comuni di investimento che permettono ai piccoli risparmiatori di investire sui mercati con un approccio etico e socialmente responsabile.

Dagli anni 2000 e ad oggi i Fondi Etici rimangono uno degli strumenti di gestione del risparmio più diffuso tra gli investitori retail che sono sempre più attenti alle tematiche “green” e di finanza sostenibile.

Cosa sono i Fondi Etici?

Fondi etici” è il termine con cui sono più conosciuti i fondi socialmente responsabili (Sri) o che adottano criteri Esg (environmental, social and governance) nella selezione degli investimenti. A partire dalla seconda metà degli anni ’90, oggi i Fondi Etici costituiscono lo strumento più interessante di finanza etica per i piccoli risparmiatori.

La maggior parte dei Fondi Etici è accompagnata dalla sigla identificativa ISR, acronimo di Investimento Socialmente Responsabile

Il fondo etico ha una politica di investimento che vieta l’acquisto di un insieme di titoli e/o privilegia l’acquisto di titoli sulla scorta di determinati criteri che vanno oltre la mera logica del guadagno e della massimizzazione del rendimento atteso e del ritorno economico.

I fondi etici non debbono essere considerati fondi solidali dato che questi semplicemente devolvono parte dei rendimenti ad iniziative e progetti di solidarietà.

Come investono i Fondi etici?

Ciò che caratterizza maggiormente un fondo etico riguarda le scelte d’investimento ovvero come il fondo investe al fine ultimo di creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso.

Alcuni fondi etici si appoggiano a un indice etico di riferimento, come ad esempio gli indici Dow Jones Sustainability Index o Ftse4Good e l’indice Ftse Ecpi Italia Sri introdotto alla Borsa di Milano.

Altri fondi selezionano gli investimenti in base alle analisi condotte da società specializzate sui temi del “green” e della Corporate Social Responsability. Spesso le società di consulenza selezionano un pool di titoli che soddisfano determinati requisiti di carattere sociale ed ambientale.

Non possono essere oggetto di investimento da parte di un fondo etico i titoli di emittenti operanti nei seguenti settori: armi, pornografia, tabacco, test su animali. Questi sono i titoli esclusi dall’universo della cosiddetta “black list”.

Gli indici etici come ogni altro indice borsistico devono rispondere a determinati criteri di composizione e di calcolo al fine ultimo di garantire la comparazione di ogni indice etico con un indice tradizionale di riferimento.

Ad esempio, gli indici etici italiani Ftse Ecpi Italia Sri sono confrontabili con l’andamento dell’indice Ftse Italia All-Share e così via.

Tra le varie tipologie di indici etici possono essere focalizzati su determinate aree geografiche o essere fondi “tematici” o “settoriali” che investono solo in un unico comparto economico che abbia determinate caratteristiche di responsabilità sociale (energie rinnovabili, efficienza energetica, salute, riduzione degli sprechi, etc.).

L’approccio è quello di escludere dalla selezione tutti i titoli di emittenti operanti in determinati settori economici (armi, pornografia, tabacco, test su animali).

Comitato etico: che ruolo espleta in un Fondo etico?

Alcuni fondi etici si dotano di un Comitato etico che espleta il ruolo di supervisor sull’attività svolta ed esprime la propria opinione sull’universo di titoli su cui investire e sulla composizione della “black list”. Lo stesso Comitato etico può anche avere diritto di veto sull’ammissione di determinati titoli su cui investire.

Per garantire l’elevato profilo di responsabilità sociale dei fondi, il Comitato Etico è un organo indipendente, di terza parte ed autonomo, composto da membri scelti tra personalità dotate di un elevato profilo morale e di riconosciuta esperienza nel campo dell’ambiente, della socialità, dell’eticità, della qualità e dell’impegno civile.

Investire nei Fondi Etici: Banca Etica

Banca Etica si propone come il valido interlocutore e punto di riferimento nel panorama italiano per essere in grado di offrire vari prodotti e servizi bancari pensati per i privati, famiglie e imprese.

In Italia Banca Etica è l’unico istituto di credito che mostra in modo trasparente sul proprio sito tutti i finanziamenti erogati attraverso cui i risparmiatori possono partecipare ad un Fondo Etico per sostenere attività etiche, oltre che gestire i loro risparmi.

Banca Etica propone ai propri soci e clienti il fondo pensione etico Pensplan Plurifonds, che consente un utilizzo responsabile del denaro anche nel settore della previdenza integrativa.

Oltre al trattamento pensionistico di base, ogni investitore può decidere di versare i contributi per maturare una pensione complementare o integrativa socialmente responsabile.

Il Fondo pensione AequITAS nasce dalla partnership tra Banca Etica, Itas Vita Spa e Etica Sgr ed è ispirato ai principi della finanza etica grazie al possesso di tre caratteristiche innovative:

  • azionariato attivo per indirizzare le società verso pratiche più responsabili,
  • selezione socio-ambientale del pool di titoli in portafoglio;
  • sostegno alla microimpresa: 5,00 euro delle spese annuali sono destinate al fondo di garanzia per la microfinanza.