Lavoro

ProntoPro è il portale che incrocia le richieste di domande ed offerte di lavoro, mettendo in contatto diretto clienti che richiedono un servizio con professionisti competenti a disposizione degli utenti.

L’idea sofisticata ed importante di ProntoPro nasce in Italia, ad opera di Silvia Wang e Marco Ogliengo, e la sua concretizzazione permette di allargare esponenzialmente le opportunità di lavoro dei servizi professionali.

Ma, chiedersi se vale veramente la pena iscriversi a ProntoPro, oppure quali siano i modi per guadagnare e quali garanzie offra il servizio sono tutte domande lecite a cui è necessario rispondere ancora prima di utilizzare ProntoPro.

Infatti, questo sistema se – da un lato – ha molto vantaggi, è anche vero che – dall’altro lato – presenta numerosi difetti per come rilevato dalle opinioni espresse in merito al servizio.

Leggendo questa guida, si potrà capire più ne dettaglio come funziona ProntoPro, e come ci siano opinioni contrastanti che permettono all’utente di ricevere informazioni importanti per la sua personale valutazione del servizio.

Com’è ProntoPro? Opinioni Negative

C’è chi lo ritiene una piattaforma da evitare, chi lo apprezza perché permette di lavorare, chi è stato costretto a revocare la propria iscrizione perché non soddisfatto.

Partiamo dal fatto che ProntoPro è, sicuramente, un’ottima “vetrina” per coloro che vogliono far vedere il proprio valore professionale ma, di contro, tra le opinioni negative, c’è anche quella concernente il pagamento che i professionisti devono effettuare per rispondere alle richieste di contatto.

C’è chi lamenta questo aspetto e chi, addirittura, sospetta la presenza di alcuni contatti falsi creati ad hoc, per garantire un guadagno fisso a ProntoPro.

Alcuni utenti hanno sottolineato che il mancato controllo delle competenze di chi lavora, è una carenza grave che potrebbe esporre i clienti a rischi di vario genere, tra cui quello di affidarsi a gente incompetente, in quanto la mancanza di un filtro permette a chiunque di registrarsi, pur non possedendo alcuna qualifica.

Un altro punto di svantaggio è relativo alle non chiare modalità di pagamento: infatti, essa è stabilita privatamente tra le parti ed in fase di iscrizione, invece, non viene richiesta neanche l’eventuale partita Iva, in tal modo rendendo più facile l’evasione fiscale.

In questo senso, però, ProntoPro ha lasciato agli utenti la possibilità di indicare la professionalità e la validità di un lavoratore, sviluppando un sistema di Rating che permette di individuare facilmente i lavoratori più affidabili.

Tra le opinioni negative, infine, c’è anche quella di chi considera ProntoPro un sito che attira i clienti che pensano di risparmiare o di fiutare affari e che, in un certo senso, arrivano a proporre retribuzioni minime o comunque non sufficienti per il lavoro da svolgere. È anche vero, però, che questo dipenderà anche dal professionista che potrà decidere se lavorare o meno a seguito del contatto con il cliente per il quale, comunque, è previsto il pagamento senza garanzia di impegno concreto.

ProntoPro: costi e il problema dei crediti

I professionisti maturano crediti, tramite i quali possono rispondere ad una richiesta di lavoro e mettersi in contatto, in chat privata, con i potenziali clienti.

Ma come si possono ottenere i crediti?

In linea di massima, si acquistano a pacchetti e, quindi, per fare un preventivo bisogna pagare una certa somma. Sono previsti, però, anche crediti omaggio alcuni dei quali si ottengono, ad esempio, compilando il proprio profilo su ProntoPro, che regala, in questo modo, 10 crediti.

  • Costo di una richiesta

Il professionista che risponde ad una richiesta di contatto su ProntoPro paga 2, 3 o 5 crediti a seconda dell’offerta e, considerando che non c’è sicurezza che la commissione del lavoro vada a buon fine, è chiaro che può diventare un investimento a perdere.

Ma gli utenti hanno lamentato anche la pubblicità “aggressiva” da parte dell’azienda che – ad ogni pacchetto di crediti acquistato – chiama per suggerire strategie di marketing al fine di aumentare guadagni e visibilità.

ProntoPro: come funziona per chi cerca un professionista?

Se si è alla ricerca di un professionista, sicuramente ProntoPro può rappresentare un valido aiuto, in quanto basta collegarsi alla piattaforma ed utilizzare la barra di ricerca per selezionare tra le opzioni a disposizione quella che meglio risponde alle proprie esigenze.

A questa fase segue quella della compilazione di un breve questionario a cui si deve rispondere a domande per focalizzare la ricerca su professionisti che possano soddisfare le vostre esigenze.

Nella pratica, su ProntoPro, se si dovesse cercare un Personal Trainer basterà selezionare la professione nella barra di ricerca e – di conseguenza – si risponderà ad alcune domande filtrate opportunamente con richiesta di informazioni aggiuntive – è, nel giro di qualche ora si verrà ricontattati da coloro che rispondono ai nostri criteri di selezione.

Come guadagnare con ProntoPro?

Per quanto riguarda i professionisti, ProntoPro offre la possibilità di compilare un profilo gratuito grazie al quale gestire, in modo pratico e veloce, tutte le richieste su lavoro, con particolare riferimento alla propria zona. Il profilo ProntoPro, consente anche di selezionare i clienti a cui rispondere e, come abbiamo già detto, l’accettazione di richieste di contatto ha un costo preciso.

Così come è facile per il cliente accedere al sito, allo stesso modo i professionisti che vogliono candidarsi non devono fare altro che accedere alla piattaforma, registrarsi ed inserire le informazioni sul lavoro che si intende svolgere. Attenzione però, perché per la stessa ricerca, si può rispondere fino ad un massimo di cinque richieste.

Accanto al più famoso LinkedIn, quindi, ProntoPro può essere un’alternativa valida per chi sta cercando lavoro o per chi è in attesa di una proposta concreta.

Il sistema prevede che la classificazione degli utenti avvenga attraverso il Rating al fine di garantire ai clienti la possibilità di consultare un profilo professionale e vederne le valutazioni.

Infatti, i professionisti occuperanno la classifica in base ai voti ricevuti dagli altri utenti su una scala da 1 a 5 stelle ed il cliente potrà vedere, inoltre, quali siano stati i lavori eseguiti precedentemente e le foto che ne certificano l’esecuzione in modo da avere conferma della competenza e professionalità.

 

Sei alla ricerca di informazioni utili per aprire uno studio di Psicologi? Hai una laurea in psicologia e hai superato l’Esame di Abilitazione alla Professione? Bene, allora puoi iniziare seriamente a valutare la possibilità di aprire uno studio di Psicologia e gestire la tua attività professionale in autonomia e secondo i tuoi impegni professionali. Quella dello psicologo è una professione riconosciuta dalla Legge n. 56 del 18 febbraio 1989 e, tra i principali sbocchi lavorativi, la libera professione è tra quelle più ambite e maggiormente predilette da chi compie questo determinato iter formativo e professionalizzante. Vediamo in questa guida come diventare psicologo, come aprire Partita IVA, quali spese si devono sostenere e come aprire uno studio privato dove poter svolgere la propria professione.

Come diventare psicologo? 

Per aprire uno studio privato di psicologi, il primo passo da compie è quello di conseguire una Laurea magistrale (della durata di 5 anni) in psicologia. Successivamente occorre svolgere un tirocinio professionalizzante della durata di un anno nel corso del quale dovranno essere raggiunte le 1000 ore di tirocinio in affiancamento ad un tutor esperto. Il tirocinio professionalizzante consente poi di poter sostenere l’Esame di Stato che abilita allo svolgimento della professione di Psicologo, il quale deve essere iscritto all’apposito Albo regionale.

Aprire uno studio di Psicologi: Apertura Partita IVA, Codice Ateco, Assicurazione etc. 

Una volta conseguita l’Abilitazione, se si decide di aprire uno studio privato di psicologia è necessario seguire una serie determinati step. Prima di tutto occorre aprire la Partita IVA: questo passo può essere fatto in autonomia attraverso il sito internet dell’Agenzia delle Entrate, recandosi di persona presso l’Agenzia delle Entrate oppure rivolgendosi ad un Dottore Commercialista. Basta compilare e consegnare il modulo AA9/12 allo sportello dell’Agenzia delle Entrate più vicino. È importante compilare in maniera corretta il modulo, perché dalle informazioni in esso contenute deriveranno tutti gli adempimenti contabili e fiscali. Occorre indicare il CODICE ATECO corretto e scegliere il regime fiscale più congeniale per ottimizzare il flusso entrate/uscite monetarie derivanti dalla propria attività professionale.

Quale CODICE ATECO devi utilizzare? Una delle scelte importanti riguarda la scelta del CODICE ATECO, il quale determina il campo di attività della nuova Partita IVA. Per la professione dello psicologo devi utilizzare il seguente Codice: 86.90.30 “attività svolta da psicologi”.

Quale regime fiscale scegliere? In sede di apertura di uno studio privato di psicologi devi sempre valutare il regime fiscale migliore per gestire ad hoc la tua attività professionale. Puoi optare per il regime forfettario o un regime tradizionale IVA: in fase di apertura ti consigliamo di valutare il regime forfettario che comporta spesso migliaia di euro di risparmio per imposte e contributi.

Ricorda che per i professionisti che sono iscritti ad un albo professionale, come gli psicologi, è necessaria anche l’iscrizione alla propria cassa professionale di appartenenza: l’ENPAP.

La disciplina contributiva ENPAP prevede il un versamento di tre tipi di contributi:

  • il contributo soggettivo che corrisponde al 10 % del reddito netto con un minimo di 780 € annui;
  • il contributo integrativo che corrisponde al 2 % del corrispettivo lordo sulle fatture emesse, con un minimo di 60 € annuo.
  • il contributo di maternità che corrisponde ad una quota fissa annuale e varia di anno in anno.

Per legge, inoltre, dovrai stipulare una polizza assicurativa in riferimento ai possibili danni che si potrebbero causare alle persone nello svolgimento della propria professione. La polizza assicurativa più conveniente per tutti gli psicologi è sicuramente la CAMPI (Cassa di assistenza mutua tra gli psicologi italiani) che ha un costo annuale minimo pari a 34 euro, costo che può crescere nel caso in cui si decida di non accontentarsi della polizza base ma di aggiungere ulteriori opzioni.

È necessario, poi, ricercare un locale da adibire a studio professionale ed ad uso ufficio: si può valutare la possibilità di aderire ad uno studio di psicologi nel quale poter affittare una stanza oppure utilizzare la propria abitazione.

Un altro aspetto molto importante che spesso ed erroneamente trascurato è quello di investire costantemente in attività di marketing che includono principalmente la stampa e la diffusione dei bigliettini da visita e la creazione di un proprio sito internet e di una pagina Facebook attraverso i quali farsi conoscere e “attirare” l’attenzione di nuovi potenziali clienti.

Le spese da sostenere per aprire uno Studio di Psicologi

Prima di decidere di aprire uno studio di psicologia è importante avere un’idea di quelle che sono le spese che dovranno essere sostenute ogni anno. Ecco le principali:

  • iscrizione all’albo, che ha un costo che genere oscilla tra i 150 e i 180 euro annuali
  • il commercialista, il cui costo mediamente si aggira intorno ai 600 euro
  • le tasse, la cui imposta è del 15% ed è calcolata sul 78% dei redditi al netto dei contributi previdenziali versati
  • l’ENPAP, che prevede il pagamento di tre diversi contributi, cioè il contributo integrativo (pari al 2% del corrispettivo lordo con un importo minimo di 60 euro), il contributo soggettivo (corrisponde al 10% del reddito netto con un importo minimo di 780 euro che è ridotto a 260 euro per i primi 3 anni d’iscrizione all’Enpap se non si superano i 35 anni di età), il contributo di maternità che varia di anno in anno ed ammonta a circa 130 euro
  • le spese di marketing, il cui importo può variare molto, a seconda della Web Agency a cui ci si affida,
  • l’assicurazione professionale (34 euro)
  • l’affitto dello studio, la cui spesa varia a seconda dell’area geografica e del tipo di affitto. Ad esempio, è possibile decidere di affittare una stanza ad ore, una stanza per un solo giorno a settimana oppure un appartamento o un villino da poter utilizzare in qualsiasi giorno e in qualsiasi ora.

Hai il pollice verde e i fiori, i vivai e le piante sono la tua vera passione? Bene, allora se sei in cerca di un’opportunità professionale che ti renda autonomo e costituisca una rendita economica interessante, puoi valutare la possibilità di avviare un’impresa vivaistica in Italia. Se sei un giovane laureato in scienze agrarie ed erboristiche o un giovane diplomato con grande passione per il settore primario, realizza il tuo sogno di intraprendere un progetto imprenditoriale nel settore della floricoltura e scopri quanto può effettivamente rendere un vivaio. In questa guida troverai tutte le informazioni utili per avere una visione olistica e approfondita sul settore della floricultura in Italia e sull’iter burocratico necessario da seguire step dopo step per avviare un’azienda agricola vivaistica.

Cos’è la floricultura? 

La floricoltura è un sottocomparto del settore agricolo che si occupa della produzione e del commercio di fiori, piante, semi, bulbi, tuberi, rizomi ed è un’attività che può essere svolta sia come hobby che come attività professionale continuativa e svolta professionalmente (in questo caso è bene che tu sappia che devi aprire la Partita IVA). La floricoltura è l’arte della coltivazione il cui scopo è quello di produrre per il giardinaggio o per il commercio piante fiorite in vaso o cassetta, fiori recisi etc.: si tratta di un’attività imprenditoriale che è sempre stata praticata dall’uomo fin dall’antichità, probabilmente perché i fiori, con le loro tonalità cromatiche ed i loro profumi sono sempre risultati affascinanti per i nostri sensi. Oggi i Paesi nei quali la floricoltura viene praticata maggiormente sono l’Olanda (famosa per i suoi tulipani), la Bulgaria (che si distingue per la produzione di rose), la Costa Azzurra e la Riviera ligure Ponente in Italia dove vengono coltivati soprattutto rose, garofani e gladioli (si pensi alla costa sanremese e imperiese). In Italia, inoltre, la floricoltura è molto diffusa anche in Toscana (Pescia) e in Puglia.

Floricultura in Italia

La coltivazione ed il commercio di determinate piante, come ad esempio l’azalea o il geranio, vanta un’antichissima vocazione in Italia: si tratta di una vera e propria arte imprenditoriale volta a produrre e commercializzare le piante ed i fiori che venivano utilizzati già nell’epoca del Rinascimento come forma di decorazione nelle grandi ville. Soltanto nel XX secolo si è iniziato a produrre diverse coltivazioni di piante e di specie autoctone floreali in diverse aree geografiche europee e italiane. In particolare, il bacino del Mar Mediterraneo con il suo clima e le sue caratteristiche morfologiche ne costituiscono l’habitat ideale: in Italia l’introduzione di piante ornamentali e la coltivazione della petunia e della rosa, utilizzate per la creazione di aiuole e bordure, hanno consentito il pieno sviluppato nel tempo del settore del vivaismo e della floricultura. Da queste premesse sono iniziate a proliferare nel tempo aziende sempre più specializzate nella produzione di semi che vengono combinati tra di loro in modalità diverse al fine ultimo di consentire il commercio di specie vegetali e “cultivar” nuove e geneticamente migliori rispetto ai predecessori. Vengono prodotte e commercializzate diverse piante decorative che si contraddistinguono per le loro caratteristiche a foglia “larga” e per le infiorescenze: il loro aspetto estetico gradevole le rende adatte per arredare gli appartamenti e le villette.

Attualmente in Liguria (in particolare nel Ponente ligure), la Regione italiana dove la floricoltura è il settore di “punta”, sono 2900 le aziende floricole che rappresentano il 65% del PIL regionale, per un volume d’affari complessivo pari a circa 350 milioni di euro. A Sanremo l’Istituto per la Floricoltura Ligure ha come obiettivo quello di favorire lo sviluppo economico delle imprese florovivaistiche della Liguria attraverso attività di ricerca e di sperimentazione in riferimento alle varietà di fiori e di piante richieste dai mercati. Nell’Istituto sanremese (IRF) l’ultima creazione, frutto degli studi e delle ricerche durate 4 anni di lavoro, è la margherita Itala, la cui denominazione è un chiaro omaggio ad Italo Calvino, personalità di spicco ed originario di Sanremo. Itala è un fiore molto resistente ed ecologico e non necessità di alcun trattamento chimico.

 

Avviare un’azienda agricola vivaistica

Al giorno d’oggi sono sempre più numerosi i giovani che come te decidono di avviare un’attività in proprio e, tra questi, alcuni prendono in seria considerazione la possibilità di aprire un vivaio. Si tratta, infatti, di un settore che può fornire delle rendite economiche interessanti. Oltre ai guadagni significativi che si possono introitare, un altro interessante vantaggio è rappresentato anche dal fatto chi ha meno di 40 anni ha possibilità di utilizzare una serie di incentivi a fondo perduto. Il primo passo da compiere prima di aprire l’attività è quello di recarsi negli uffici fitosanitari della propria Regione di residenza per inoltrare la domanda in carta bollata alla quale deve essere allegata la planimetria dell’area in cui si ha intenzione di far sorgere la propria attività. Sarà anche necessario comunicare se ci sono divieti di vario genere, principalmente di carattere sanitario (in relazione alla presenza di falde acquifere inquinate). Il passo successivo è quello di aprire la famosa Partita IVA: ci si può rivolgere ad un intermediario abilitato, un Dottore Commercialista o scaricare i Moduli reperibili online sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Puoi utilizzare il Modello AA7/10, utilizzabile per i soggetti diversi dalle persone fisiche: ricorda che per presentare la dichiarazione di inizio attività, dal 1° aprile 2010 tutti coloro che sono tenuti all’iscrizione nel Registro delle imprese o nel Registro delle notizie economiche e amministrative (Rea) devono avvalersi della Comunicazione Unica, la quale deve essere trasmessa in via telematica o su supporto informatico al Registro delle imprese. Per quanto concerne il Codice ATECO da utilizzare e da comunicare è il seguente:

  • 01 COLTIVAZIONI AGRICOLE E PRODUZIONE DI PRODOTTI ANIMALI, CACCIA E SERVIZI CONNESSI
  • COLTIVAZIONE DI COLTURE AGRICOLE NON PERMANENTI
  • 19 Floricoltura e coltivazione di altre colture non permanenti
  • 19.1 Coltivazione di fiori in piena aria
  • 19.2 Coltivazione di fiori in colture protette
  • 19.9 Coltivazione di piante da foraggio e di altre colture non permanenti

Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione riguarda la regolarizzazione della propria posizione INPS per evitare di incorrere in sanzioni pecuniarie.

A questo punto si può procedere con l’avvio dell’attività tenendo conto che è importante differenziarsi dei propri competitors: è necessario analizzare in modo dettagliato (Analisi SWOT) il mercato al quale rivolgersi e i concorrenti attuali e potenziali, al fine di intraprendere un’attività che sia davvero originale e crei valore rispetto all’offerta commerciale esistente. Quando si decide di avviare un’attività vivaistica è cruciale saper scegliere le piante e i fiori da produrre e commercializzare, tenendo conto delle caratteristiche e della vocazione agricola della specifica area geografica autoctona. Inoltre, è molto importante fornire ai propri clienti non soltanto dei prodotti di qualità, ma anche un servizio di assistenza ottimale: capita molto spesso che i consumatori finali non sappiano come prendersi cura delle piante e fiori acquistati; pertanto, necessitano di essere seguiti dalla fase di acquisto a quella di post-vendita e di ordinaria manutenzione del “verde”.

Per poter avere successo è necessario puntare sugli investimenti in pubblicità e nel marketing promozionale: ciò può portare l’imprenditore a richiedere una consulenza professionale ad un esperto di web marketing o ad una agenzia di pubblicità al fine ultimo di individuare le soluzioni più adatte alle proprie esigenze di business. Questa attività di promozione della propria azienda agricola vivaistica è svolta sempre di più attraverso i social network (Facebook, Twitter, etc.), dove si ha la possibilità di selezionare il target e l’audience al quale puntare e rivolgersi. I criteri per selezionare il bacino di clienti potenziali e destinatari della produzione e distribuzione di fiori e piante sono ascrivibili all’area geografica di residenza, alla professione svolta e agli interessi dei consumatori finali. Un altro strumento di pubblicità fondamentale è sicuramente il passaparola: è molto importante sviluppare e fidelizzare con il cliente al fine ultimo di stimolarlo a parlare bene dell’attività commerciale ad amici e familiari, che rappresentano altri potenziali acquirenti.

Quando si avvia un’azienda vivaistica può essere importante anche valutare la possibilità di aprire mediante la formula del franchising o dell’affiliazione commerciale: ciò può essere una valida soluzione che consente di aprire un vivaio in tempi rapidi, specie se non si ha maturato una notevole esperienza professionale nel settore. Attraverso il franchising, infatti, si ha la possibilità di essere seguiti dal franchisor, al quale si deve riconoscere le royalties.

Quanto rende un vivaio

Pensare che un vivaio non produca alcun guadagno non porta di certo ad intraprendere un’attività imprenditoriale in questo comparto. Grazie agli studi di settore sono stati delineati alcuni indici che ci permettono di valutare immediatamente quanto rende un vivaio e se produce un guadagno proporzionale all’investimento oppure no. Per generare un guadagno o un rendimento economico quanto deve fatturare un vivaio? Il tutto dipende da numerosi fattori quali la geolocalizzazione, la dimensione, il bacino d’utenza servito e la vicinanza di altri vivai: essi impattano ed incidono positivamente o negativamente sul fatturato. Per determinare quanto rende un vivaio è necessario considerare i rapporti tra superficie di vendita (mq) e fatturato (euro) che devono essere rispettati per coprire i costi e ottenere un capital gain.

  • Fatturato per mq di superficie (IVA esclusa): dagli 800 €/mq ai 1.200 €/mq
  • Tempi per realizzare il fatturato: primo anno (50%), secondo anno (75%) e terzo anno (100%)
  • Battuta media (calcolato dividendo il fatturato per il numero degli scontrini. Esso dipende dalle merceologie vendute ed è un parametro che va interpretato tenendo conto delle caratteristiche del bacino d’utenza e della tipologia di vivaio): 20/30 euro
  • Fatturato per addetto (inclusi i collaboratori stagionali): 130.000 euro all’anno.

Floricoltura: considerazioni finali

Come hai compreso dalla guida, il settore della floricoltura è in costante evoluzione ed è per questo che è molto importante prestare attenzione ai trend di mercato e alle preferenze dei consumatori, in modo tale da riuscire a rispondere adeguatamente alle diverse esigenze e alle loro preferenze. Le aziende, oltre a prestare attenzione alle richieste dei consumatori, aderiscono spesso a standard di coltivazione ottimali attraverso la messa in atto di Best Practice e prestando la massima attenzione continua ai processi innovativi. Ciò aiuta a rendere l’industria florovivaistica assolutamente sostenibile. Bisogna considerare che questa attività economica è molto influenzata dall’andamento climatico: secondo un’analisi dell’organizzazione meteorologica mondiale, il 2017 è stato il quarto anno più caldo negli ultimi decenni e ciò ha influenzato la crescita e la commercializzazione delle coltivazioni. Nel mese di marzo 2018, si è registrato un clima fortemente instabile con piogge frequenti e intense rispetto alla media e, nelle poche giornate con cielo sereno, gli acquisti di fiori e di piante sono stati discreti. “Tirando” le somme complessive il bilancio, rispetto al mese di marzo 2017, è stato negativo a causa del maltempo che non ha incentivato le persone a fare visite alle aziende vivaistiche. Prendendo in considerazione il primo trimestre del 2018, la spesa delle famiglie italiane in fiori e piante è stata più bassa rispetto ai dati del 2017 e si ritiene che questo calo sia da attribuire al clima negativo.

I freelancer collaborano con vari professionisti e committenti instaurando un rapporto di lavoro abituale e/o occasionale. Per chi si trova ad applicare la “Ritenuta d’acconto” durante il processo di fatturazione attiva o passiva deve sapere di cosa si tratta, quali sono le tipologie previste dalla normativa fiscale in Italia, come si calcola e le modalità di versamento.

Ritenuta d’acconto: che cos’è?

Se ne sente spesso e volentieri parlare, specie tra i freelancer e i lavoratori autonomi che prestano la propria collaborazione e prestazione lavorativa in forma del tutto occasionale. La ritenuta d’acconto è una trattenuta Irpef (per i redditi delle persone fisiche) o Ires (per le persone giuridiche: società) che viene effettuata sulle somme di denaro che il prestatore di lavoro occasionale (il c.d. sostituito) percepisce dai committenti, datori di lavoro, banche o istituti finanziari, i c.d. sostituti di imposta. In buona sostanza, si tratta di una modalità di pagamento che prevede il versamento obbligatorio delle imposte in forma anticipata nelle casse dello Stato, da parte soggetto che funge da sostituto d’imposta e che trattiene l’importo dovuto alla fonte del prestatore d’opera (sostituto) per conto di cui lo versa. Le ritenute possono essere a titolo di acconto e a titolo di imposta: nel primo caso significa che, a fronte di una somma o ammontare della prestazione occasionale stabilito con un committente, quando viene emessa la ricevuta o la fattura nei confronti del soggetto titolare di Partita Iva, viene applicata una ritenuta del 20%. Per fare un esempio: se si concorda come somma della prestazione occasionale un importo di 5.000 euro, a titolo di acconto si percepisce l’80%, ovvero 4.000 euro, mentre 1.000 euro rappresentano un’anticipazione sulle imposte che si va ad onorare su quei 5.000 euro (il 23% a titolo di Irpef), meno le ritenute che già sono state versate dal sostituto d’imposta. Nel caso in cui fossero state a titolo di imposta, le ritenute fiscali avrebbero potuto comunque avere come aliquota il 20% e la tassazione sui 5.000 euro si sarebbe esaurita con i 1.000 euro versati all’Erario.

Ritenuta d’acconto a titolo di imposta: esempio pratico

Come detto esistono diverse tipologie di ritenuta, la più diffusa tra i freelancer o prestatori di lavoro occasionale è quella a titolo di imposta. Per capire meglio il funzionamento di questa modalità di pagamento delle imposte, è necessario fare un esempio pratico ed applicativo. Ammettiamo che un professionista emette una notula ad un proprio committente munito di Partita IVA per una prestazione svolta con un importo complessivo pattuito di € 20.000. Su tale importo deve essere applicata una ritenuta d’acconto con aliquota del 20% a titolo di acconto delle imposte, per cui il freelancer si vede accreditato un importo netto pari di 16.000 euro e i restanti 4.000 euro vengono versati dal committente, che fungerà da sostituto d’imposta per conto del professionista. I 4.000 euro rappresentano un’anticipazione delle imposte che lo stesso prestatore di lavoro occasionale deve pagare in sede di dichiarazione dei redditi e sui quali viene applicata un ulteriore aliquota IRPEF, divisa per scaglioni di reddito con una percentuale che varia da un minimo del 23% ad un massimo del 43%.

Ben si comprende che le ritenute d’acconto vanno applicate su determinate tipologie di compensi:

  • redditi di lavoro autonomo (su cui viene applicata e versata poi dal sostituto d’imposta una ritenuta del 20% a titolo d’acconto),
  • redditi di lavoro dipendente (operata mensilmente direttamente sulla busta paga, certificata a fine anno attraverso la comunicazione della Certificazione Unica ex CUD,
  • redditi per prestazione occasionale (su cui viene applicata un’aliquota del 20% a titolo d’imposta),
  • redditi derivanti da diritto d’autore e/o opere d’ingegno (applicazione di un’aliquota del 20%),
  • redditi di capitale, proventi derivati da investimenti e utili, su cui si applica un’aliquota che può essere del 12,5%, 20% 26%),
  • redditi di prestazioni per agenzie e/o intermediari (con aliquota applicata del 23%).

Da notare bene che fanno eccezione all’applicazione delle ritenute i soggetti titolari di Partita IVA in regime forfettario.

Calcolo e versamento della Ritenuta d’acconto

Ecco come procedere con il calcolo della ritenuta d’acconto che il sostituto d’imposta deve procedere con il versamento per conto del sostituito (prestatore di lavoro occasionale) nelle casse dell’Erario. Si parte dall’importo lordo e si procede con il computo dell’importo netto e della ritenuta. Come già detto, il netto rappresenta l’80% della somma concordata con il datore di lavoro o soggetto committente, mentre la ritenuta è del 20% per cui la formula per procedere con il computo è il seguente:

Netto = Importo Lordo x 0,8

Ritenuta = Importo Lordo x 0,2

Si può, in alternativa, partire dal netto per giungere al calcolo del lordo e della ritenuta: questa modalità di calcolo è utile quando si pattuisce l’importo lordo della prestazione occasionale. Ecco come procedere con il calcolo:

Importo Lordo = Importo Netto: 0,8

Ritenuta = Lordo – Netto

La ritenuta si applica sempre solo sulla base imponibile e devono essere escluse dal conteggio le rivalse contributive e l’IVA.

Una volta proceduto al calcolo della ritenuta, il sostituto d’imposta deve procedere con l’adempimento e provvedere al versamento dell’importo relativo alla ritenuta d’acconto entro e non oltre il 16 del mese successivo al pagamento della prestazione. Nel caso in cui ciò non avvenisse, il sostituto d’imposta può regolarizzare attraverso il ravvedimento operoso. L’omesso versamento dell’importo dovuto è sanzionato con interessi di mora.

Il pagamento deve essere effettuato attraverso l’utilizzo del modello F24, con l’utilizzazione dei seguenti codici tributo:

  • 1040 (per prestazioni di professionisti e/o utili derivanti da proventi finanziari),
  • 1020 (per pagamento di prestazioni di ritenute d’acconto relative a prestazioni effettuate da società di capitali).
  • 1019 (per pagamento di ritenute d’acconto relative a prestazioni effettuate da artigiani o società di persone).

Si ricorda che il sostituto d’imposta deve effettuare entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello in cui sono stati corrisposti i redditi, la consegna della Certificazione Unica, documento che verrà anche trasmesso in via telematica presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate ed entro il 31 luglio dovrà trasmettere il modello 770, contenente il riepilogo complessivo di tutti i percepenti e gli importi delle ritenute d’acconto versate in qualità di sostituto di imposta.

Modello Ricevuta di Prestazione (2018)

Nome Cognome

Indirizzo

CAP Città

Codice Fiscale

Spett.le Nome Cliente

Indirizzo

Cap Città

Partita Iva

Codice fiscale

Ricevuta n. _________ del ________

Oggetto: _______________________________________________________________ (specificare il tipo di attività svolta)

Compenso lordo ______ €

A dedurre ritenuta d’acconto di ______ €

Compenso netto ______ €

La prestazione è di natura occasionale ed è esclusa dall’applicazione dell’IVA ai sensi dell’art. 5

del D.P.R. n. 633 del 26 ottobre 1972.

Data

Firma

Che cos’è il Drop Shipping? Perché è sempre più rilevante nel mondo dell’E-Commerce? Ogni giorno milioni di persone nel mondo si connettono sul web, comunicano, si scambiano informazioni, creano blog, condividono contenuti multimediali e acquistano prodotti e servizi. In fin dei conti, non possiamo negare di essere nell’epoca del web e … siamo solo all’inizio.

Grazie alla tecnologia, l’E-commerce (commercio elettronico) è “esploso” e non conosce crisi: acquistare beni e servizi e concludere transazioni commerciali sul web fa parte oramai della nostra quotidianità e del nostro modo di vivere. Oggi, vendere online rappresenta una grande opportunità per tutta la platea di esercenti commerciali che vogliono ampliare il loro business o semplicemente beneficiare dei vantaggi legati al commercio online. In questa guida scopriamo che cos’è il drop shipping, quali sono i vantaggi per il venditore ed il drop shipper e la normativa fiscale vigente.

E-commerce e Drop shipping: un connubio perfetto nell’Era del web

Il sistema di vendita in “drop ship” affonda le sue origini in America e si è diffuso grazie alla crescita di siti di aste online, che hanno permesso alle Community di venditori di proporre quotidianamente un catalogo di prodotti messi a disposizione dai drop shipper, sui loro E-Store, guadagnando a provvigione. In un contesto sempre più evoluto si inserisce a pieno titolo il drop shipping, un pratico e vantaggioso metodo di vendita online senza avere necessità di avere uno store fisico o un magazzino di stoccaggio. In buona sostanza, l’esercente commerciale, una volta effettuata la vendita, trasmette l’ordine al fornitore (c.d. “dropshipper“), il quale spedisce il prodotto direttamente all’utente finale. Grazie a questo modello di vendita, l’esercente commerciale si preoccupa esclusivamente della promozione dei prodotti e delle referenze vendute, senza prestare attenzione alle relative incombenze legate ai processi di imballaggio e spedizione che sono oggetto di cura del fornitore.

Non c’è necessità di perdere tempo alla ricerca della location o del personale di vendita più adatto per il business (e di farsi carico delle relative spese): se si decide di avviare un’attività in drop shipping la cosa più importante da fare è ricercare un partner commerciale, ovvero un fornitore (o drop shipper) corretto e attendibile con cui instaurare un accordo strategicamente rilevante.

Grazie al modello di vendita del Drop shipping, come rappresentato nello schema sopra riportato, siamo di fronte ad una triplice interazione telematica tra venditore, fornitore e acquirente:

  • il consumatore finale (customer) ricerca su Internet il prodotto di suo interesse e conclude l’ordine sul sito E-Commerce;
  • il venditore (marketer) tramite il proprio sito E-Commerce raccoglie l’ordine e lo comunica al fornitore;
  • il fornitore (Drop Shipper) facendosi carico di tutte le attività (stoccaggio, imballaggio e spedizione della merce), prepara l’ordine e spedisce il prodotto al cliente finale.

I vantaggi per il venditore e per il Drop shipper

Da quanto si evince dallo schema esplicativo sopra riportato non possiamo negare che il Drop Shipping comporti innumerevoli vantaggi per l’esercente commerciale e per il soggetto fornitore o drop shipper. Per il venditore, ben si comprende come può beneficiare della possibilità di crearsi un’attività di vendita senza necessità di investire capitali; vendere personalmente o tramite siti web o aste online e senza avere necessità di avere magazzini fisici o dipendenti. Per il drop shipper i vantaggi sono ascrivibili alla maggiore capillarità di penetrazione dei mercati sia tradizionali che online e all’aumento della propria rete di vendita.

Drop shipping in Italia: normativa fiscale, rischi e costi connessi

Come già messo in evidenza tra i principali vantaggi del drop shipping c’è sicuramente la possibilità per i venditori online di ridurre i costi che accompagnano l’avvio di ogni attività. Con il metodo del drop shipping l’investimento iniziale è totalmente focalizzato sulle attività di social media marketing ovvero sulla realizzazione e la cura di un accattivante sito web per fare incetta di clienti.

Il secondo passo da compiere è affrontare l’iter burocratico, senza troppe novità rispetto all’apertura di un negozio fisico:

  • apertura Partita IVA;
  • richiesta di iscrizione alla Camera di Commercio competente;
  • presentazione della SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività).

E’ bene a questo punto fare chiarezza in termini di fiscalità quando venditore, fornitore e acquirente sono residenti in Paesi diversi: stiamo parlando di operazioni triangolari IVA. Se il passaggio dei beni avviene nel contesto nazionale o comunitario (triangolazioni nazionali o comunitarie), la normativa fiscale è piuttosto semplice prevedendo due contratti di cessione dei beni; uno dal fornitore al venditore e-commerce e l’altro dal venditore e-commerce al cliente finale, con relative fatture ai fini IVA. Quando, invece, ci troviamo di fronte ad una triangolazione extracomunitaria, e nell’interazione si inserisce un soggetto residente in un Paese non appartenente all’Unione Europea (ad esempio un fornitore cinese), siamo di fronte ad una operazione commerciale fuori campo IVA e sarà il cliente finale a farsi carico delle spese IVA per il bene importato in base a quanto previsto dell’articolo 7 del DPR 633/1972. Come tutte le attività commerciali anche il drop ship ha suoi rischi che i venditori devono valutare prima di avviare un’attività di vendita attraverso questo sistema. I rischi più comuni sono connessi:

  • rischio di esaurimento prodotti: accade quando viene venduto un prodotto non più disponibile nel magazzino del fornitore/dropshipper,
  • basse percentuali di guadagno: i prodotti venduti in drop ship garantiscono un margine di guadagno che non eccede il 20/30%,
  • elevata concorrenza sui siti di vendite online.

Auspichi a diventare un imprenditore di grande successo? Prova ad aprire un’attività in franchising: si tratta di una validissima formula che ti consente di diventare imprenditore di te stesso avvalendoti del know-how e della brand reputation di un marchio commerciale già affermato e noto sul mercato.

Il contratto di affiliazione commerciale è sicuramente un’interessante strategia ed opportunità per crearsi un posto di lavoro e per sviluppare un proprio store da gestire ed organizzare, beneficiando dei corsi di formazione del franchisor. In quale settore puoi operare con la formula del franchising? Da un negozio di abbigliamento ad un ristorante, da uno store di telefonia ad una pasticceria; insomma, molti sono i vantaggi che puoi beneficiare dall’apertura di un negozio in franchising. Segui la guida che ForumEconomia ha approntato per te!

Contratto di Franchising: normativa vigente

Una delle formule di collaborazione commerciale indicata per chi ha intenzione di intraprendere un’attività di business è quella di siglare un contratto di franchising o di affiliazione commerciale.

Grazie a questa forma di accordo commerciale per la distribuzione di prodotti/servizi, è possibile avviare una attività di business senza dover iniziare da zero, beneficiando di un brand già affermato sul mercato.

La fonte normativa è contenuta nella Legge 129/2004 che definisce il franchising come «un contratto […] fra due soggetti giuridici, economicamente e giuridicamente indipendenti, in base al quale una parte concede la disponibilità all’altra, verso corrispettivo, di un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, denominazioni commerciali, insegne, modelli di utilità, disegni, diritti d’autore, know how, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale, inserendo l’affiliato in un sistema costituito da una pluralità di affiliati distribuiti sul territorio, allo scopo di commercializzare determinati beni o servizi».

Dal tenore normativo ben si comprende che il franchisor (produttore e/o distributore) concede all’affiliato o franchisee il diritto di distribuire i propri prodotti e/o servizi utilizzando la propria insegna commerciale.

Il contratto di affiliazione commerciale o di franchising rientra nella categoria dei contratti di retailing, ovvero di distribuzione commerciale e i soggetti coinvolti nell’accordo sono ascrivibili ai seguenti: il Franchisor (il soggetto Affiliante) e il Franchisee (il soggetto Affiliato) che siglano un accordo di partnership volto a commercializzare beni e/o servizi. L’affiliato deve impegnarsi a seguire le regole sancite dal Franchisor e deve acquisire il giusto patrimonio di conoscenze mediante corsi di formazione.

Il Franchisor, infatti, è un soggetto che ha acquisito esperienza e ha sperimentato la sua formula di commercializzazione nel mercato, ha raggiunto successo economico, commerciale e reputazionale e continua a rafforzare il proprio potere sul mercato attraverso il sistema del franchising.

Il Franchisee apre la sua attività beneficiando di visibilità sul mercato e deve pagare una percentuale sul fatturato (royalty) e/o di una commissione di ingresso (fee), oltre ad impegnarsi a rispettare le norme contrattuali che regolano l’accordo tra le parti.

Quali sono i vantaggi per l’imprenditore affiliato?

L’accordo di affiliazione commerciale è la scelta ideale per chi non ha esperienza in un dato settore e non sa come “muoversi” nell’aprire e nel gestire un’attività di business. Sicuramente, il franchisee ha la possibilità di beneficiare della buona reputazione commerciale apprezzata dai consumatori. La forza del marchio del franchisor aiuta il franchisee a “calamitare” l’attenzione dei clienti, ad incentivare la frequenza in store e ad accrescere il giro d’affari.

Grazie al contratto di franchising, un aspirante imprenditore può organizzare il proprio store ad hoc grazie alla presenza di una struttura imprenditoriale perfettamente funzionante. Oltre a ricevere formazione “in campo”, il soggetto affiliante riceve assistenza gratuita da parte della casa madre; in questo modo i costi organizzativi risultano minimizzati, così come le spese concernenti l’investimento pubblicitario e quelle relative all’acquisto di attrezzature, arredi, computer, etc.

Ben si comprende che il risparmio per gli investimenti in immobilizzazioni immateriali e/o materiali sia notevole per chi decide di aprire un’attività commerciale mediante la formula del franchising.

Intraprendere un’attività imprenditoriale mediante la formula dell’affiliazione commerciale aiuta ogni affiliato a conoscere a priori le difficoltà e le sfide che deve essere in grado di affrontare durante l’iter di sviluppo.

I vantaggi non si esauriscono qui dato che il franchisee ha la possibilità di beneficiare della possibilità di accedere con più semplicità al mercato del credito: banche e/o finanziarie sono maggiormente propense a concedere prestiti, finanziamenti e ogni altro prodotto creditizio ad imprenditori che offrono maggiori garanzie.

 

Intraprendere un’attività in franchising: quale insegna commerciale scegliere?

Gli imprenditori commerciali che decidono di avviare un’attività di business mediante la formula del franchising possono siglare un accordo di affiliazione con un franchisor “leader” nel settore in cui opera.

Ad esempio, per chi decide di avviare un fast food in franchising, l’insegna commerciale McDonald’s è il leader indiscutibile con cui poter stringere l’accordo. Oltre l’80% dei fast food del “gigante” della ristorazione veloce si basa proprio sulla formula del franchising.

Per avviare un fast food affiliato alla nota insegna commerciale McDonald’s, è necessario aver maturato esperienze di management aziendale, essere in grado di gestire un ristorante e di sviluppare il business con azioni di marketing locale, oltre ad avere una buona disponibilità economica di almeno 150.000 euro.